Palermo, incendiati 4 furgoni a commerciante che denunciò il pizzo

Palermo, incendiati 4 furgoni a un commerciante che denunciò il pizzo

Incendio pizzo
La pesante ombra della mafia

PALERMO – L’ombra del racket è pesantissima. Per ciò che è avvenuto e per il luogo in cui è avvenuto. L’incendio riporta alla memoria una recente storia di pizzo e di denuncia.

Le fiamme sono divampate in un parcheggio in via Antonio Saetta, a Palermo e hanno distrutto quattro furgoni. Sono di proprietà dell’imprenditore Giovan Battista Zappulla, titolare anche dell’officina “Giorgio Gomme” in piazza Ponte Ammiraglio.

La denuncia e gli arresti per il pizzo

L’anno scorso ha denunciato i suoi estorsori dopo un’aggressione e le richieste di pizzo. Furono arrestati Filippo Bruno e Francesco Capizzi. Avrebbero preteso 10 mila euro per un parcheggio e 5 mila per l’officina, ma soprattutto gli avrebbero voluto piazzare accanto un socio.

Zappulla gestisce anche dei parcheggi ed è in uno di questi, fra via Messina Marine e viale dei Picciotti, che i mezzi sono andati distrutti. Prima cercò di parlare con qualcuno della zona per una mediazione, poi capì che la denuncia era l’unica strada percorribile.

Sembrava che a mettere le cose a posto potesse essere Cosimo Fabio Lo Nigro, già condannato per mafia e oggi uomo libero. Ha un cugino omonimo ergastolano: fu incaricato di trovare l’esplosivo per uccidere Giovanni Falcone, fece parte del commando che uccise don Pino Puglisi e che organizzò le stragi del 1993.

Lo Nigro si defilò, il suo interessamento non cambiò il corso delle cose o forse era proprio questo il suo obiettivo. L’imprenditore ricevette la visita di alcuni picciotti che lo presero a schiaffi.

L’incendio e l’ombra del pizzo

Nel parcheggio sono intervenuti i vigili del fuoco e la polizia. I primi hanno spento le fiamme i secondi stanno accertando le cause del rogo. E si guarda dentro Cosa Nostra, fra gli scarcerati di peso. Ci sono in giro pezzi grossi come Pietro Tagliavia, figlio dello stragista ergastolano Francesco, la cui famiglia si è anche arricchita lavorando con il pesce surgelato.

Come Nino Sacco, anche lui ha scontato la sua condanna per essere stato il capomafia di Brancaccio. Ed ancora Johnny Lucchese, Giuseppe CasertaClaudio D’Amore e Francesco Paolo Clemente che per una questione di scadenza dei termini di custodia cautelare e di processi troppo lunghi sono tornati a piede libero. L’incendio e l’ombra del pizzo impongono delle riflessioni.


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