Se Roberto Lagalla, sindaco di Palermo, non sarà sindaco per un secondo mandato, succederà perché non verrà rieletto o perché non avrà la chanche di un bis. Oppure, al contrario: sarà candidato e vincerà ancora. Questo dovrebbe accadere dopo un giudizio sui suoi risultati.
Idem come sopra. Se Renato Schifani, presidente della Regione, non sarà presidente per un secondo mandato, succederà perché non verrà rieletto o perché non avrà la chanche di un bis. Oppure al contrario: sarà candidato e vincerà ancora. Questo dovrebbe accadere dopo un giudizio sui suoi risultati.
Così funziona, nella migliore accezione, la democrazia. Gli elettori valutano i comportamenti di un presidente, di un sindaco, di un politico. E scelgono al momento opportuno. Che ci siano appartenenze a orientare la decisione fa parte del gioco.
Il referendum e la sconfitta
Non è logico, invece, che un sindaco o un presidente – a proposito di ‘avvisi di sfratto’ e divisioni interne con mugugni sottotraccia – siano considerati l’esclusivo bersaglio di mirini politici a vario titolo, perché la fazione di riferimento ha smarrito una consultazione che pensava di vincere, con percentuali pesanti nei territori di pertinenza. Un segnale locale non è affatto da escludere, ma va calcolato ‘in concorso’ con altre spinte più potenti.
La dinamica che ha portato il centrodestra alla sconfitta nel referendum sulla giustizia ha diverse origini. Non ultimo l’inasprimento dei toni, dopo un approccio tecnico-moderato. E’ stata, a parere di chi scrive, quella suggestione – l’assalto dialettico ai magistrati, per esempio – a provocare principalmente l’effetto che si sarebbe voluto evitare. Alcuni incerti tra il Sì e il No si sono spaventati e hanno cambiato, verosimilmente, rotta.
L’impegno della premier Giorgia Meloni, gettato nella mischia in un secondo tempo, non è risultato sufficiente. Al contrario dall’esito sperato, la politicizzazione del quesito ha assunto il senso di una chiamata a raccolta che ha coinvolto di più gli elettori del centrosinistra.

Chi ha ‘vinto’ nel centrodestra
Bisogna pur riconoscere che il centrodestra siciliano non si è mobilitato, dilaniato com’è dalle sue beghe. Ed è necessario parimenti sottolineare che l’eloquente risultato regionale ha fatto saltare il tappo di malumori non più coperti dalla dissimulazione.
La nota dell’eurodeputato Marco Falcone, a margine di un incontro con il presidente Schifani, è in rilievo nel tratteggiare le crepe in Forza Italia.
“La discussione – si legge – ha riguardato anche le prospettive del governo regionale siciliano: ho sottolineato l’importanza di una svolta di alto profilo, capace di consolidare i risultati raggiunti e di rafforzare il rapporto con cittadini e l’opinione pubblica siciliana. Non emergono, tuttavia, segnali sufficienti circa una piena consapevolezza, a Palazzo d’Orleans, della fase che stiamo attraversando e delle aspettative del nostro elettorato. Probabilmente si vuole continuare su un percorso di autoassoluzione che, al netto delle attenuanti, non ci sembra quello più adatto alle circostanze”.

Un referendum è anche un indicatore politico, nessuno lo smentisce, se non si usa impropriamente. Indica ascese e discese. Non tutti, pur perdendo, hanno perso. Nel centrodestra sconfitto, Giorgio Mulè, forzista e vicepresidente della Camera, ha ‘vinto’ la sua battaglia di riferimento, sostenendo le ragioni del Sì con nettezza coerente, guadagnando ulteriore riconoscibilità. Un credito innegabile e vedremo che peso avrà.
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