Università di Palermo, l'inchiesta parte dalle accuse di 2 ricercatori

“Progetti merce di scambio dei professori che si nominano a vicenda”

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L'atto di accusa di due ricercatori dell'Università di Palermo

PALERMO – Il racconto di due ricercatori ha dato il via all’inchiesta sul dipartimento Stebicef dell’Università di Palermo diretto dal professore Vincenzo Arizza, principale indagato dell’inchiesta della Procura europea. Parole che costituiscono un pesantissimo atto di accusa: “I progetti di ricerca dell’Università degli Studi di Palermo (quantomeno quello del comparto scientifico) vengono utilizzati come ‘merce di scambio’ dai vari professori, i quali si nominano a vicenda nei vari progetti, scambiandosi favori ed utilità varie”.

“Non hanno mai dato alcun contributo”

Per i progetti nel dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche Chimiche e Farmaceutiche verrebbero reclutati “molti soggetti che in realtà non hanno svolto alcuna prestazione inerente agli scopi del progetto”. Seguono i nomi di tanti professori che “nonostante siano stati inseriti nel progetto e rendicontato delle ore di lavoro, non hanno mai dato alcun contributo alla ricerca”.

A volte sono i finanzieri a fare i nomi saltati fuori da uno screening dei progetti. Il tenore delle risposte si ripete: “Non l’ho mai vista né si è confrontata con me”; “Non ha mai effettuato tali analisi né ha partecipato alle varie riunioni o allo scambio di mail che vi sono stati con il resto del team di ricerca”; “Non mi risulta che abbia fatto questa attività”. Eppure le ore di lavoro sono state rendicontate e pagate e così dodici professori sono finiti nel registro degli indagati.

Il meccanismo delle forniture all’Università di Palermo

Non sarebbe andata diversamente per le forniture al dipartimento. Ancora una volta è il ricercatore a fornire la chiave di lettura: “Il fornitore emette un documento di trasporto anche se il materiale, in realtà, non viene consegnato. Il professore/ricercatore di turno sottoscrive, attestando di avere ricevuto la merce, il documento di trasporto che, successivamente, viene inoltrato all’ufficio amministrazione per il pagamento della relativa fattura. Presso il fornitore compiacente, pertanto, si crea una sorta di fondo occulto che può essere utilizzato anche per i successivi approvvigionamenti di materiali (che vengono consegnati senza alcun documento fiscale). Preciso che il documento di trasporto viene emesso nell’eventualità di un eventuale controllo ma, al momento dell’arrivo, viene distrutto”.

E così “mi risulta che sia stato formulato un ordine di circa 70-80 mila euro per dei materiali che non ho mai visto presso l’Università di Palermo”. Sarebbe successo che “il capitolato di gara è stato concordato tra il professore Arizza e tale Di Maio Alberto (uno dei 23 indagati ndr). Una volta aggiudicata la gara per il materiale di consumo, la Gesan ha emesso delle fatture senza, però, consegnare il materiale indicato in fattura”.

Ipotesi corruzione

Il risultato sarebbe una truffa sui fondi finanziati dall’Unione europea. Si indaga su cinque milioni di euro. Nel caso di Arizza c’è anche l’ipotesi della corruzione. I pm della Procura europea parlano di “rapporto corruttivo” con Antonio Fabbrizio, titolare di due associazione che hanno lavorato con l’Università. Sarebbe stato quest’ultimo a fare da tramite fra Arizza e altri imprenditori. In cambio il professore avrebbe ottenuto che un suo congiunto venisse assoldato nella segreteria di un progetto. Il Gip ha respinto tutte le richieste di misura cautelare e i pm hanno fatto ricorso al Tribunale del Riesame.

Minimo sforzo, massimo risultato: “Ma lui vero ci deve andare… ma per lui, pi mia si un ci va un minni futti nenti”, diceva Fabbrizio. Era una persona che andava “stimolata con una cosa che gli piace”. Sul conto corrente del parente di Arizza sono stati bonificati 13 mila euro dalle due associazioni.


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