PALERMO – I boss si sarebbero specializzati in una inedita forma di guadagno: arraffare i beni di persone facoltose morte senza eredi. Ancora una volta il protagonista sarebbe il ragioniere Giuseppe Vulcano, che per conto dei mafiosi avrebbe messo le mani anche sulle aste immobiliari del Tribunale di Palermo. Da ieri è in stato di fermo per associazione mafiosa assieme ad altre trentuno persone, ma ci sono altre accuse. I carabinieri del Comando provinciale tracciano il profilo di un mafioso moderno e trasversale.
I boss e l’affare delle eredità
L’ipotesi è che Vulcano abbia organizzato un’associazione a delinquere insieme a Daniele Motta, Filippo ed Emanuele Bartolotta. Pesanti ombre si addensano sulla figura di un notaio molto noto in città.
La strategia partiva dall’individuazione di anziani soli e molto facoltosi. Una volta avvenuto il decesso sarebbe stato pubblicato un falso testamento olografo con cui veniva nominato erede un prestanome. Ultimo passaggio: vendere gli immobili ad acquirenti in buona fede. Un grosso affare che avrebbe fatto gola ai mafiosi Tommaso Lo Presti e Jari Massimiliano Ingarao, e a Giuseppe Minnella che nel mandamento di Porta Nuova avrebbe gestito il settore delle commesse.
“Questo sta morendo…”
Il 10 maggio 2024 nello studio di Vulcano, in via Montepellegrino, c’è stata una riunione con Massimiliano Ingarao, mafioso del Borgo Vecchio e figlio del boss Nicola, assassinato dai Lo Piccolo di San Lorenzo nel 2007.
“Questo sta morendo. Questi già sono fattibili e possiamo andare avanti siamo sicuri. Dopodiché ci dobbiamo andare con i periti”, diceva Bartolotta. Stavano parlando di Liborio Nicolò Di Salvo che, in quel momento, era titolare di un conto corrente con 835.000 euro e proprietario di trentasei immobili fra appartamenti e terreni.
“C’è da spanzarlo come un pescespada”
Sei mesi dopo, il 22 novembre 2024, il decesso. Inquietante il passaggio in cui gli interlocutori, intercettati dai carabinieri del Nucleo investigativo, pensavano addirittura di uccidere Di Salvo che, nonostante fosse fisicamente debilitato, aveva ancora il “cervello lucido… se ci fosse chi è che lo farebbe… la verità noi non siamo cosa di questo. Entrargli dentro casa da questo, una zaccagnata… c’è da spanzarlo come un pescespada”.
“Solo la data di morte così prepariamo questo testamento”, diceva Vulcano. Che aggiungeva: “Per quelle libere se dobbiamo fare il mutuo per vendere cose eh ci muoviamo. Per quelle che non sono libere attendere un pochettino dico ce le abbiamo già intestate noialtri però attendere un pochettino per evitare che ci fanno qualche opposizione e ci bloccano tutte cose”.
“Sono socio del notaio”
Quindi discutevano della necessità di avere la collaborazione di un notaio. Ed è ora che Vulcano sosteneva di essere “socio” di un professionista molto noto in città, la cui posizione è al vaglio degli investigatori.
Ipotizzavano di vendere fittiziamente gli immobili a loro complici, accendere e incassare il mutuo grazie a notai e bancari compiacenti, di non pagare le rate in modo da mandare l’immobile ad esecuzione giudiziaria e quindi all’asta, consentendo a Vulcano di rientrare in possesso degli immobili pignorati grazie alla sua capacità di muoversi in quel settore: “Queste persone acquistano l’immobile, noi prendiamo i soldi nella divisione… poi potrebbe esserci anche un prosieguo perché questo signore non paga più il mutuo vanno di nuovo all’asta e noi siamo sempre i padroni”.
“Esci con i piccioli”
Vulcano si vantava di essere in grado di aprire partite Iva retroattive di due o tre anni in modo da ottenere la “spunta verde” in banca per l’approvazione del finanziamento. L‘unico “problema” per Vulcano era quello di avere talmente tanti clienti da avere tempi di attesa lunghissimi: “Se devo farti il mutuo io passano qualche due anni perché c’è la fila tipo novecento persone a turno, se lui è una persona che parla va nella sua banca con la documentazione mia, entra ed esce con il mutuo deliberato. Tu considera che io gestisco dei mutui fuori Palermo, entrano a Firenze, entrano ed escono con il mutuo tu mi dai la persona, io ti sistemo la persona in tutto e per tutto, accompagni tu in banca ed esci con i picciuli”.
Il 4 dicembre 2024 Giovan Battista Marino, cognato del boss Tommaso Lo Presti, si recava nello studio di Vulcano. Voleva discutere su come utilizzare parte dei soldi ricavati dall’illecita acquisizione di un’altra eredità, quella di Vittorio Cannavò.
La lista delle potenziali vittime
Pensavano di vendere un immobile e usare i soldi per aprire una tabaccheria. Vulcano raccontava di aver avuto un incontro con il titolare di un’agenzia immobiliare, il quale gli aveva fornito una lista di potenziali vittime, titolari di ingenti patrimoni immobiliari: “Per esempio questo del ’23, magari si può fare… questo del ’41…forse e poi… del ’71… sono giovani e ce n’è uno del ’90. Questo più di cent’anni neanche… neanche c’è la data di nascita. Questo più di 100 anni neanche la data di nascita. “questo del ’63… questo del ’41… comunque io appena me li sono messi in mano davanti a loro gli ho detto: ma come fai a fare questo?… Io avevo guardato quello Arnone e sono… non hanno fatto successione e si può fare il testamento, questo l’ho guardato. Questo l’ho guardato”.
L’eredità dell’ufficiale della Marina
Vittorio Cannavò è morto l’11maggio 2022. Era un ufficiale della Marina mercantile in pensione, senza fratelli e senza figli. Al momento della morte risultava proprietario di dieci appartamenti a Palermo e tre terreni a Monreale per un valore di mercato stimato in 900.000. Così hanno ricostruito i militari del reparto operativo.
Tra maggio 2022 e ottobre 2024 sono stati pubblicati tre testamenti olografi. Per l’ultimo si è fatto avanti il presunto nipote del defunto. E qui c’è l’ipotesi che il notaio abbia omesso ogni accertamento documentale e si sia limitato a ricevere la dichiarazione.
Un dipendente dello studio notarile chiamò per avere chiarimenti. Aveva notato qualcosa di strano e Daniele Motta spiegava: “Allora Cannavò… ha avuto nella gioventù una vita allegra. Lui ha pure una figlia che non ha riconosciuto… aveva sicuramente non una fidanzata più di una fidanzata quindi questa è l’origine del nonno di Filippo. Secondo la documentazione Cannavò non aveva né moglie né figli. Ma ci sono le fotografie con le fidanzate”.
Gli investigatori hanno ricostruito che il primo testamento era stato depositato da un inquilino del palazzo di via Cluverio dove Cannavò possedeva degli immobili. L’uomo, che aveva pure svuotato le case, era solito frequentare un’officina meccanica dove incontrava spesso Giovan Battista Marino, il quale lo aveva raccontato al cognato boss. Il boss Lo Presti avrebbe interessato il ragioniere Vulcano che fece depositare da un prestanome un nuovo testamento per impossessarsi dell’eredità.
Quindi Giovan Battista Marino convocò il primo “falso” erede per costringerlo, sotto minaccia, a fare un passo indietro. Nel frattempo gli investigatori avevano sequestrato tutti e tre testamenti. Una perizia ha stabilito che sono “certamente o probabilmente apocrifi”.
Fibrillazioni e arresti
Lo stallo della vicenda ha creato fibrillazioni. Marino iniziò a fare pressioni su Vulcano altrimenti la compravendita della tabaccheria sarebbe saltata. Il 17 gennaio 2025 lo avrebbe aggredito. A questo punto la Procura ha chiesto al giudice per le indagini preliminari di sequestrare i testamenti. L’arresto di Lo Presti l’11 febbraio 2025 ha bloccato le operazioni di vendita dei beni dell’eredità.
Il testamento due giorni dopo il decesso
Il 24 novembre 2024 veniva ritrovato in una casa a Palermo, il cadavere di Liborio Nicolò Di Salvo, proprietario di un ingente patrimonio immobiliare. Spuntò ancora una volta un testamento. In realtà dalle indagini risulterebbe che il decesso è avvenuto due giorni prima. Vulcano, avuto notizia della morte, fermato con l’accusa di essersi messo a disposizione di diversi boss, avrebbe iniziato l’iter burocratico per impossessarsi dei beni del facoltoso anziano morto senza eredi.
Sono stati alcuni parenti del defunto a bloccare tutto con una denuncia ai carabinieri. Le indagini hanno fatto emergere la falsità del testamento, scritto lo stesso giorno della morte, e il giudice ha bloccato i beni. Infine nelle conversazioni riportate nel fermo dei trentadue indagati si fa riferimento all’eredità di Salvatore Teresi, originario di Trabia, i cui immobili, grazie ad un altro testamento considerato falso sarebbero finiti nella mani di chi non ne avrebbe diritto. Il capitolo sugli interessi dei boss per le ricchissime eredità è in ancora da completare, così come le altre “cento cose” su cui lavorava Vulcano.

