PALERMO – Il ragioniere era il problem solver dei mafiosi. I boss si fidavano di Giuseppe Vulcano che entra in gioco in una serie di operazioni finanziarie – soprattutto aste immobiliari – ricostruite da carabinieri e poliziotti nel fermo disposto dalla Procura di Palermo.
L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia svela l’immagine di una mafia diversa da quella fotografata nelle più recente stagione di blitz. C’è dell’altro oltre ad estorsioni e traffici di droga. C’è la capacità di infiltrarsi nelle procedure fallimentari del Tribunale di Palermo che va di pari passi con la disponibilità economica.
Le aste dei boss
Grazie al lavoro di Vulcano i boss metterebbero le mani sugli immobili pignorati che vanno all’asta. Scoraggiano le offerte e si aggiudicano, attraverso dei prestanome, ville e case a prezzi vantaggiosi. E quando non c’è l’immediata disponibilità di contanti o si vuole tenere nascosto il patrimonio accumulato illecitamente si lavora alla schermatura dei capitali e si organizzano frodi bancarie.
Presentando documenti falsi i mafiosi ottengono finanziamenti agevolati dalle banche, facendo apparire solventi soggetti che in realtà non possiedono nulla. I nullatenenti diventano clienti affidabili per il circuito bancario.
Le ville del capomafia
Vulcano, titolare di un’impresa individuale che svolge attività contabile e tributaria, non risulta iscritto ad alcun albo professionale. Tuttavia riceve una sfilza di incarichi. I suoi clienti principali sono uomini di Cosa Nostra, conosciuti in virtù della sua parentela con Teresa Marino, di cui è cugino, moglie del capomafia di Porta Nuova, Tommaso Lo Presti.
Hanno un rapporto privilegiato, ma dalle intercettazioni emergerebbe che è il capomafia a dare gli ordini. Un giorno Vulcano riceve un rimprovero pesante, le microspie dei carabinieri del Nucleo invetsigativo sono accese: “Allora, non sei potuto venire alle 10 e mezza perché dovevi andare dal barbiere, ma io non ci vado, è da sei mesi che non ci vado dal barbiere, tu se salti mezz’ora dal barbiere che succede? Muori? Io sono passato verso le dieci e un quarto ma la macchina posteggiata non c’era…e con quale macchina ci sei andato? Con l’elicottero, che macchina non ce n’era posteggiata? Ti sei fatto bello? E devo aspettare io all’una e mezza perché tu dovevi andare dal barbiere”.
“Cento cose aperte”
Quando, l’11 febbraio 2025, Lo Presti è finito in carcere è stato Vulcano a occuparsi del suo sostegno economico. Il giorno dopo il blitz nel suo studio arrivano Samuele Stassi e Luigi Battaglia, sposati con le figlie del capomafia. Vulcano ammette di essere in un momento di confusione, per via delle “cento cose aperte” da gestire. Comprese quelle di altri due capimafia, i fratelli Tommaso e Gregorio Di Giovanni. Si parla delle aste che fanno gola ai boss.
Racconta, infatti, a Teresa Marino di avere depositato dei documenti per le “macellerie e cose”, e cioè immobili e attività commerciali dei Di Giovanni. Stessa cosa ha fatto con Orsolina Priolo, la moglie del boss di Pagliarelli, Giovani Cancemi, e con una donna “in stretti rapporti con Gregorio Di Giovanni” che gestisce un ristorante nel territorio della famiglia mafiosa di Palermo centro.
Non si tratta sempre di operazioni contabili, visto che, secondo la Procura di Palermo, Vulcano gestirebbe pure la riscossione del pizzo. Lo Presti lo invita a fare visita al titolare di un’agenzia di scommesse: “Dobbiamo aspettare altri sei mesi…?… devi andare a prendere i soldi… che sono i morti… gli devo andare a comprare i vestiti ai miei nipoti…”.
Il lavoro di Vulcano servirebbe per occultare i beni dei boss ed evitare il sequestro. Ad esempio si è occupato di due villette in via Parrini e via Castellana dove hanno abitato e abitano i Lo Presti. Quella di via Parrini è stata venduta all’asta dal Tribunale fallimentare il 12 giugno 2023. La comprò un prestanome, ma i soldi arrivavano dal conto corrente di Vulcano. Al curatore che aveva scoperto l’anomalia, Vulcano rispose per iscritto che si trattava di un prestito da 29 mila euro.
“A chi posso chiamare?”
Quando la polizia municipale si presenta per un controllo durante la ristrutturazione un operaio telefona a Vulcano: “… ascoltami c’è un problema grossissimo, lì ci sono tutti i vigili urbani…”. Vulcano prima chiama il prestanome (“…ti vuoi vestire per favore che ci sono i vigili nella casa dà e… sto venendo pure io…”) e poi “l’associato mafioso Pietro Mendola” affinché gli indichi qualcuno in servizio al Comando della polizia municipale, che possa aiutarlo: “… ehi Piero… ti ricordi quella casa che io ho comprato all’asta in…diciamo in viale Michelangelo… una volta sei venuto tu a fare il preventivo… dico siccome ora ci sono i vigili… a chi posso chiamare?”. Mendola fa un nome su cui sono in corso degli accertamenti investigativi.
“Ho fatto un affare”
Vulcano, parlando con un amico, racconta che la cugina (Teresa Marino ndr) “ogni qualvolta che acquista una casa, pensano che siano problemi di soldi illeciti, cose… e gliela sequestrano sempre. Non potendola comprare allora l’ho comprata io gli ho fatto un mutuo, gliel’ho ristrutturata tutta e gliela sto affittando, con una bella villa che ho preso all’asta… ho fatto un affare, vale più assai di 500mila euro gliel’ho presa a 150 (in realtà è stata acquistata a 160mila euro ndr), e altri cento gliene ho spesi…”.
Viste le difficoltà momentanee la famiglia Lo Presti per un periodo si è trasferita in un residence in via Castellana. Anche questo immobile è stato comprato all’asta per conto del boss il 27 settembre 2023 al prezzo di 160.000. Ancora una volta l’acquirente sarebbe un prestanome di Vulcano che poi ha girato l’immobile a Tommaso Lo Presti che in via Castellana è stato arrestato l’11 febbraio 2025.
Il boss ha monitorato la ristrutturazione in prima persona, dai “mattoni” ai “pannelli fotovoltaici”, nonostante Vulcano risulti intestatario delle utenze. Ed è sempre Vulcano, quando i coniugi Lo Presti rischiano di perdere la potestà genitoriale, a fare carte false persino con il dirigente di una scuola privata.
L’elenco delle pratiche
Analoghi servigi il ragioniere Vulcano renderebbe ad esponenti del mandamento mafioso di Brancaccio. Nello studio di Vulcano in via Montepellegrino le microspie registrano incontri con Antonino Marino (già condannato per mafia), Pietro Tagliavia e Carmelo Sacco (tra i fermati di oggi). Vogliono sapere l’esito di alcune aste immobiliari a cui Vulcano ha partecipato seguendo le direttore del boss emergente Giancarlo Romano, morto ammazzato due anni fa.
È Marino a presentare Sacco a Vulcano “come se fossi io”. Il ragioniere parla di scantinati acquistati a Villabate nella procedura fallimentare “Semprevivo” e immobili a Palermo un tempo di proprietà della “Cavallaro Immobiliare S.r.l.” Affari per circa 150 mila euro andati in porto, ma ce ne sono molti altri in corso di cui Vulcano fa un lungo elenco. Tagliavia, Sacco e Marino mettono le cose in chiaro: “Giuseppe…allora noi per essere… così ce ne andiamo da qua con un discorso e poi qualsiasi discorso l’affrontiamo sempre noi… da oggi in poi… qualsiasi cosa là si vende… pure che noi non investiamo…tu sai quello che devi fare con noi quindi chi viene viene… di tutti… siamo noi… a verificare…”.
“il capo mandamento di Brancaccio”
Sono sempre le microspie a svelare che Vulcano sta seguendo la pratica della “signora Di Grazia”, moglie di un altro mafioso raggiuto dal fermo, Antonio Lo Nigro, detto Ciolla. Vulcano lo definisce “capo mandamento di Corso dei Mille”. Tra le pratiche c’è pure quella di Giuseppe Caserta. Una donna si è aggiudicata all’asta una casa dove abitano i parenti del mafioso. L’obiettivo di Caserta e Vulcano è quello di evitare lo sfratto costringendo l’aggiudicataria a inoltrare una comunicazione al custode giudiziario con cui si sarebbe assunta tutti gli oneri, anche economici, relativi alla liberazione dell’immobile e ciò per evitare l’intervento della forza pubblica.
E poi ci sarebbero i falsi per fare ottenere la sanatoria edilizia per due immobili di proprietà dei parenti di Ludovico Sansone e Antonio Lo Nigro. Bisogna dimostrare la regolarità catastale ed evitare la demolizione.
La famiglia Nicchi
Le aste sono il core business. Vulcano comprerebbe gli immobili per rivenderli ottenendo una facile plus valenza. A volte si muoverebbe per aiutare qualcuno di importante. Come nel caso dell’abitazione di via Ernesto Tricomi, dove abita Lucia Martinelli, la madre del boss Gianni Nicchi. La casa un tempo era di proprietà del costruttore mafioso Pietro Lo Sicco.
L’immobile il 21 ottobre 2024 dopo alcune aste deserte, è stato venduto per 97.000 euro a Gaetana Napoli, stessa intestataria formale di una tabaccheria di Corso dei mille riconducibile a Giuseppe Vulcano e oggi sequestrata assieme alla sala bingo di via Messina Marine. È lo stesso Vulcano a dire di avere “partecipato per iddu” e cioè, secondo l’accusa, per conto di Gianni Nicchi.
Ad un altro concorrente dell’asta ha fatto capire che era meglio ritirare l’offerta: “… ci dissi: attenzione per il padrone… io non sono io non sono solo. Perché io compro con altre persone”. Ed è su questo e altri affari che indaga la Procura di Palermo che oggi ha fermato 32 persone. L’analisi del ruolo del problem solver di Cosa Nostra Giuseppe Vulcano è ancora all’inizio.

