PALERMO – A Brancaccio si erano armati fino ai denti. Non si poteva più aspettare e così i carabinieri intervennero per sequestrare mazze chiodate, pistole e fucili a pompa. Evitarono un massacro, i primi segnali erano stati preoccupanti.
Una storia di degrado che emerge delle carte dell’inchiesta che ha portato all’arresto di 32 persone a Brancaccio. Un tempo era il lato oscuro della città, oggi i violenti non si nascondono.
Brancaccio, la rissa del primo maggio
È il primo maggio 2025. Scoppia una rissa nel quartiere palermitano. I partecipanti impugnano mazze, picconi e bastoni. Lo scontro avviene fra le famiglie Filippone e Vinci che si muovono nel sottobosco della droga e della microcriminalità. Qualcuno ha alle spalle una storia di maggiore spessore. Diventa una faccenda di mafia. I Filippone si appoggiano a Nino e Carmelo Sacco, zio e nipote che dettano legge a Brancaccio. I Vinci a Giuseppe Caserta.
Il furto della bici
Tutto è iniziato con il furto di una bicicletta elettrica e si sta per consumare un vendetta. Per le armi sono stati attivati dei canali allo Zen che si conferma l’armeria illegale della città. La rissa avviene in vicolo Chiazzese. Ad avere la peggio sono i Filippne, uno di loro viene portato via sanguinante e privo di sensi in ospedale.
I Filippone ritengono che dietro ci sia Caserta, uno dei mafiosi di Brancaccio fermato nell’ultimo blitz. Indicano come responsabile “u’ tistuni”, che è il soprannome di Caserta. Il clima è pesante, uno dei Filippone vorrebbe intervenire senza indugio: “… io ora con lui andrei dall’altro lato e andrei a fare il macello”.
“Una macello compà”
Giovanni Filippone racconta così l’episodio a Ignazio Cinà, pure lui tra i fermati: “Un macello compà con il pico in testa ci sono andati. Ha preso 12 punti, 11 punti… vediamo se viene qualcuno… compà ho giurato sui bambini, gli ho detto… la mia dignità e quella della mia famiglia, come minimo, come minimo, li devo prendere e gli devo tagliare le mani”.
Erano “in cinquanta e noi in quattro… ho preso e l’ho picchiato compà subito, e qua… è successo il putiferio… ce n’era più di uno con il martello, con il mazzuolo, con il piccone e picchiavano… loro se ne sono andati più struppiati di me. Compà io l’unica cosa che ho potuto fare lo sai che cosa?… mi è caduto l’orologio a terra, prendo questo orologio, me lo sono messo in mano… guarda come l’ho messo e mi sono messo a cafuddari con l’orologio… a Toni l’ho aperto tutto, Toni è tutto aperto”.
“Lo ha preso a colpi di casco”
Carmelo Sacco, nipote del boss Nino, che per conto dello Zio regge i fili a Brancaccio convoca Filippone. All’inizio lo invita a non reagire. La lite è iniziata dieci giorni prima. Rubano la bici di un bambino, qualcuno chiede conto e ragione ai Vinci, solo che “questo Giuseppe dice che era là ha preso il casco è lo ha preso a colpi di casco”.
Un membro della famiglia Filippone chiede aiuto e si presentano in massa: “… eravamo 100 compà senza dirti minchiate eravamo qualche 18 motori… siamo arrivati là gli ho detto Giusè (Giuseppe Caserta ndr) sono due le cose, intanto ti chiedo scusa per mio cugino… ti chiedo scusa che è entrato là dentro fare e dire… ce ne siamo andati di là amichevolmente, hai capito? … questo che gli ha dato il pugno a Michele mentre che parlava con te deve prendere bastonate… te la sbrighi tu o me la vedo io ora però no domani, ora”.
L’intervento del boss
Filippone fa la voce grossa, forse perché sa di avere le spalle coperte? Racconta infatti che Carmelo Sacco ha rotto gli indugi: “Intanto mi interessa se c’è qualcuno che mi ha mancato di rispetto a me… come ti permetti a scannare ad uno di casa mia a bastonate?“
Il 5 maggio 2025 un componente della famiglia Filippone incontra Giuseppe Castronovo, pregiudicato del quartiere Zen: “Se ne devono andare tutti da qua, da Brancaccio, dal Macello se ne devono andare e gli dobbiamo fare la guerra se non se ne vanno, il primo che vediamo lo prendiamo di petto”.
La ritorsione sta per scattare, LiveSicilia intercetta le tensioni. Paolo Filippone racconta un amico: “Te l’ho detto che domani colpiamo, vero? Vicè più forza prendiamo in mezzo la strada, più forti siamo… ci serve la forza”. Da Sacco sarebbe arrivato il via libera all’aggressione armata. Filippone riporta le sue parole: “Ho parlato con Toni, mi ha detto Toni non devi parlare più, non devi pensare più vai, stai perdendo pure tempo dice, vedi che se ci sediamo poi la dobbiamo ragionare, vai che ancora non è venuto nessuno dice a bussare, c’è stata una mezza campan” fai quello che devi fare e poi ci sediamo”.
Le armi sequestrate
I carabinieri ascoltano le conversazioni intercettate e il 7 maggio intervengono. Perquisiscono alcune abitazioni e sequestrano un fucile a pompa calibro 12, una pistola a tamburo calibro 357 magnum, Smith & Wesson calibro 32, munizioni, mazze ferrate, bastoni e tanto altro.

“Tali armi, quantomeno il fucile a pompa e la 357 magnum, erano state acquistate allo Zen per il
tramite di Castronovo da Filippone Paolo – scrivono i pubblici ministeri della direzione distrettuale antimafia di Palermo -. L’operazione dei carabinieri appare del tutto avere sventato un cruento conflitto a fuoco, e degli omicidi, disposti da Sacco Carmelo e, con ogni probabilità anche da Marino Antonino”.
Nino Sacco e Giuseppe Caserta non si sono mai amati. Di recente avrebbero siglato una momentanea tregua. Il neo pentito Francesco Centineo ha ricostruito le ragioni dei contrasti risalenti nel tempo a causa di un pestaggio.

