PALERMO- Rosolino Gulizzi ha chiuso gli occhi a ottantasei anni, qualche giorno fa. Adesso nuota nel grande mare azzurro in cui nessuno pesca e nessuno viene pescato. Oltre il dolore sicuro, l’impegno e gli inciampi che accompagnano ogni esistenza. Anche nel nostro mare terreno vige un ferreo rispetto tra i pesci e i pescatori. Sanno tutti di essere in lotta per non affondare.
Rosolino io l’ho conosciuto che ero piccolissimo, quando, con i cari nonno Benedetto e nonna Eugenia, tutti insieme si pranzava al suo ‘Gambero rosso’, ristorante splendido di Mondello che non c’è più dagli anni Novanta. Era un uomo di campo, non di scrivania. Ne conservo un ricordo mitologico.
Lo scorgevi, sul portico, talvolta, che puliva i pesci, con la signorilità di un Presidente della Repubblica durante il discorso di Capodanno. Mostrava un paio d’occhi mobilissimi che si ragguramavano in parole. Potevi leggere, se non le sentivi. Occhi di chi sa navigare e che sembrano saltare fuori dalla cornice della foto di decenni fa.
Il lutto e il ricordo
A mettere generosamente a disposizione le immagini, benedette dal colore giallino del tempo, a raccontare la storia, è suo figlio Pietro. Pure lui ho conosciuto nello stesso periodo: sempre al lavoro, sempre diviso tra lo studio e la sala per dare aiuto.
E’ stato Pietro a chiudere gli occhi parlanti di Rosolino, dopo che si erano salutati con un gesto della mano. Le stesse mani strette, davanti alla tv, in occasione dell’ultima partita del Palermo vista l’uno accanto all’altro. Raccontare ‘Il Gambero rosso’ significa porgere l’orecchio al suono di un’epica, dentro la conchiglia delle memoria.
Caffè al bar Galatea, in una giornata di sole. Pietro riceve le condoglianze e si capisce che sono sentite. Mondello è una comunità di gente di mare che si pratica da anni. Quando riesce a volare, superando ataviche frammentazioni, diventa una roccaforte di bellezza.
“Al ‘Gambero rosso’ c’è passata tutta Palermo, in anni complicati. Magistrati, artisti, malacarne. C’era il presidente del Maxi-processo, Alfonso Giordano, un gentiluomo. C’era l’ambasciatore americano. C’era Franco Franchi, da noi si riappacificò con Ciccio Ingrassia. C’era un latitante che venne arrestato. Papà rimase in carcere per quaranta giorni, accusato di favoreggimento – racconta Pietro Gulizzi -. Al processo venne assolto per non aver commesso il fatto. Eravamo nel ’76, un periodo durissimo”.

Franco Franchi e Carlo Hassan
“Il nonno di cui porto il nome – prosegue il racconto – aveva uno spazio e vendeva polipi. Fu papà, da giovane, a tentare l’avventura. Il ristorante ha cessato di esistere nel ’94. Io avrei voluto continuare, ma in famiglia la scelta fu ritenuta troppo rischiosa. Lavoro in un ente pubblico, sono revisore dei conti, ho laurea e due master. Però, confesso che il ‘Gambero rosso’ mi manca moltissimo. C’erano proprio tutti. E quando arrivavano Franco Franchi o la squadra del Palermo avevamo ammiratori e tifosi appesi alle finestre e ai pali della luce…”.
“Grazie a papà – dice Pietro – ho conosciuto persone buone e generose. Uno è il famoso Carlo Hassan del Charleston. Da ragazzo lavoravo con lui e non erano momenti facili. Un giorno mi diede una busta piena di soldi. Troppi. Gli dissi: signor Hassan, c’è stato uno sbaglio… Mi rispose che era tutto giusto e mi chiese di portare un saluto a mio padre”.

Mille coperti al giorno
Chi c’è stato non ha dimenticato la scalinata che portava alla sala, dove troneggiavano la vasca con il pescato e il lampadario a forma di barca. “Facevamo mille coperti al giorno – dice Pietro – eravamo, si può affermarlo, sulla cresta dell’onda. Rappresentavamo un luogo familiare e di classe. I clienti sono rimasti legatissimi. A casa e al funerale c’erano persone che non vedevo da moltissimo”.
Rosolino ha chiuso gli occhi. Aveva ottantasei anni. Era sempre innamoratissimo della sua Annamaria che amò, a prima vista, mentre scendeva dall’autobus, in un giorno di sole come questa domenica. Adesso nuota nel mare che non si distingue dal cielo, dove non c’è più differenza tra chi pesca e chi è pescato. Dove non ci sono ami, né spaventi. C’è solo l’azzurro.
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