PALERMO – Si è svolta nella chiesa di San Francesco di Sales, a Palermo, la Messa in memoria dei giornalisti siciliani uccisi. Il Parlamento nazionale ha recentemente istituito la “Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa della loro professione” per la data del 3 maggio, in coincidenza con la “Giornata mondiale della libertà di stampa” istituita dall’Assemblea generale Onu nel 1993 su raccomandazione dell’Unesco.
La celebrazione del 6 maggio 2026 è stata proposta dall’Ucsi Palermo (Unione cattolica stampa italiana), la realtà riconosciuta dalla Cei che dal 1959 rappresenta i giornalisti e comunicatori cattolici, e dall’Ufficio Comunicazioni Sociali-Ufficio Stampa dell’Arcidiocesi di Palermo.
Il mondo dei giornalisti e delle istituzioni ha organizzato varie iniziative per la ricorrenza e la realtà dei giornalisti cattolici ha sentito l’esigenza di onorare la memoria di chi ha perso la vita per lo svolgimento della propria professione: una celebrazione eucaristica per i giornalisti siciliani uccisi dalla mafia che è stata anche l’occasione per pregare per quei giornalisti che, nel mondo, sono perseguitati, minacciati o arrestati per il solo fatto di raccontare la verità.
In Sicilia sono 9 i giornalisti uccisi per lo svolgimento del loro lavoro: 8 uccisi dalla mafia e 1 in guerra (Maria Grazia Cutuli, Afghanistan, 2001). Giornalisti siciliani uccisi dalla mafia: (Cosimo Cristina – 1960, Mauro De Mauro – 1970, Giovanni Spampinato – 1972, Mario Francese – 1979, Peppino Impastato – 1978, Giuseppe Fava – 1984, Mauro Rostagno – 1988 e Beppe Alfano – 1993).
La scelta della parrocchia di San Francesco di Sales è stata significativa, visto che il santo è il patrono dei giornalisti (proclamato tale da Papa Pio XI nel 1923 con l’enciclica “”Rerum Omnium”). Inoltre il parroco, don Giovanni Basile, è iscritto all’elenco speciale dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia e vanta numerose esperienze nel settore.
Hanno parteciperanno le socie e i soci Ucsi e, in generale, le giornaliste e i giornalisti. Presente anche il presidente Ucsi Sicilia Gaetano Rizzo, i rappresentanti dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia, il Presidente dell’Inpgi Roberto Ginex, rappresentanti, della Casagit e del sindacato dei giornalisti.
A presiedere la Celebrazione Eucaristica è stato l’Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice, a concelebrare l’Eparca di Piana degli Albanesi Mons. Raffaele De Angelis, don Dario Chimenti (consulente ecclesiastico Ucsi Palermo) e don Giovanni Basile (parroco della Parrocchia San Francesco di Sales), oltre al diacono Pino Grasso (socio Ucsi). Hanno preso parte alla celebrazione numerosi rappresentanti delle istituzioni.
Omelia Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice
In occasione della “Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa della loro professione”, istituita dal Parlamento nazionale il 3 maggio scorso, e in coincidenza con la “Giornata mondiale della libertà di stampa”, promossa dalle Nazioni Unite, grazie all’encomiabile iniziativa dell’UCSI (Unione Cattolica Stampa Italiana) di Palermo e dell’UDCS (Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali), congiuntamente all’USAP (Ufficio Stampa dell’Arcidiocesi di Palermo), ci ritroviamo per ‘ri-cor-dare’ nell’Eucaristia i giornalisti siciliani uccisi dalla mafia e per sostenere con la solidarietà e la preghiera i giornalisti che, nel mondo, sono perseguitati o imprigionati a causa dello svolgimento del proprio dovere.
Le parabole con cui il Signore Gesù narra il regno di Dio che viene hanno attirato e attirano da due millenni non solo i cristiani. Da sempre quanti le leggono vi trovano un particolare gusto, attratti dal profumo di senso e di sapienza di vita – della ‘carne’ degli uomini e delle donne nel qui ed ora della storia – che sprigionano. Le parabole, anche come genere letterario, a maggior ragione quelle di Gesù, provocano la vita. La mettono in questione. Esse pongono domande che suscitano travaglio interiore, consapevolezza critica, una lettura in profondità della propria realtà e della realtà sociale in cui viviamo: parabolē, dal verbo greco parabállein, (formato da pará, accanto e bállein, gettare), gettare a fianco e, dunque, provocare, tirare in ballo, coinvolgere. Vite, tralci, frutti.
Ho vita, sono ‘connesso’ alla realtà, porto frutti? Sono connesso con me stesso, con la vita, con le vicende storiche del mio tempo, della mia casa, della mia città, della Casa comune che abito con l’intera famiglia umana? La mia vita è significativa anche per altri, produce benefici per chi mi sta accanto, immetto nella famiglia umana energie costruttive?
Oggi i nostri 8 giornalisti siciliani uccisi dalla mafia, Cosimo Cristina (1960), Mauro De Mauro (1970), Giovanni Spampinato (1972), Mario Francese (1979), Peppino Impastato (1978), Giuseppe Fava (1984), Mauro Rostagno (1988) e Beppe Alfano (1993) ci raggiungono ancora. Vivi, reattivi, provocatori, ci ‘gettano a fianco’ la loro esistenza versata – donata – carica di frutti di vita, ci narrano e ci testimoniano la “parabola” che è loro vita. E se sempre l’ascolto delle parabole ci commuove, poiché riescono a muovere le viscere della nostra esistenza, a maggior ragione ci animano quelle in cui, attraverso delle immagini, Gesù parla di se stesso. E non lo fa certo in modo narcisistico e da isolato, ma sempre in relazione con l’Altro e con gli altri. Parla sempre del Padre e parla sempre anche degli uomini suoi fratelli e delle donne sue sorelle. Parla di noi.
In questa parabola della vite e dei tralci, per fare questo usa un’immagine poetica ed efficace come: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto» (Gv 15,1-2). Il discepolo è fecondo, la sua vita è fruttuosa se è connessa al Maestro e Signore. E se questo vale per chi è di Cristo, per chi lo segue per la sua stessa via, la domanda riguarda comunque tutti: di chi sono discepolo? Chi è il mio Signore? Ciascuno di noi, anche se ci professiamo atei o agnostici, attinge a un ‘magistero’ – da un maestro – e può avere un padrone, un signore, seppur con l’iniziale minuscola.
Qui Gesù chiede un legame personale – questa è la fede: una relazione che ci cambia la vita, la resetta e la riprogramma. Non si tratta semplicemente di incastonarsi in un sistema religioso, con le sue formulazioni dottrinali e le sue tradizioni rituali, come nella prima Lettura chiedevano alcuni giudei sopraggiunti ai discepoli di Antiochia: «Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati» (At 15,1). Paolo e Barnaba, ci racconta Luca, «dissentivano e discutevano animatamente contro costoro» (15,2). La posta in gioco è la novità del Vangelo di Cristo Gesù, della libertà che arreca in chi lo accoglie. Della forza liberatrice e rivoluzionaria che immette nella sua vita.
È la relazione personale con Gesù che assicura la salvezza e non una ripetitiva ritualità distaccata dalla vita. Nel cuore degli apostoli più aperti alla novità di quell’E-vangelo (bella notizia) che ha radicalmente cambiato la loro vita, risuona la parola essenziale del Signore Gesù, la sua supplica amorevole e appassionata: «Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). Un annuncio cui si aderisce per attrazione.
Una ‘notizia bella’ che come tale si invera nella concreta vita di chi la accoglie. E conseguentemente nella vita di quanti si accompagnano a lui per le strade del mondo, tra gli eventi della storia. In Gv 15, da dove è tratta questa pagina evangelica, per otto volte ritorna il verbo «rimanere», anzi «dimorare» (ménō). Un termine caro a un vero giornalista che per intrinseca vocazione è un ricercatore di notizie, di fatti e di eventi che prima di tutto lo toccano nella sua carne proprio perché toccano la carne di altri uomini e di altre donne, di Città, popoli, culture dell’unica famiglia umana che con lui abita la Casa comune.
Un vero giornalista, un artigiano di un giornalismo libero, “rimane sul pezzo”, vi ‘dimora’, non è un mero e distaccato cronista ma segue una vicenda con attenzione e cura, tenendosi costantemente informato, si ‘sporca le mani’ per approfondire i fatti, per aiutare ad interpretarli ‘in verità’: «Leggi bbono i carti e parra cca ggenti», diceva Mario Francese. Oggi più che mai. E per questo papa Leone XIV nel Messaggio della LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, ha scritto: «Va tutelata la paternità e la proprietà sovrana dell’operato dei giornalisti e degli altri creatori di contenuto. L’informazione è un bene pubblico.
Un servizio pubblico costruttivo e significativo non si basa sull’opacità, ma sulla trasparenza delle fonti, sull’inclusione dei soggetti coinvolti e su uno standard elevato di qualità. Tutti siamo chiamati a cooperare». Rimanere nei fatti significa indirizzare la storia degli uomini verso il suo riscatto, perché sia storia riscattata dal male, dalla menzogna, dall’ingiustizia. Perché sia storia carica di frutti di bene, di vita, di uguaglianza, di gioia, di speranza.
Noi oggi ricordiamo 8 giornalisti che nella loro vita, amanti della verità e della giustizia – al di là se hanno avuto fede in Colui che ha detto: «io son la verità» (Gv 14,6) –, hanno comunque messo in atto, fino all’eroicità, il comandamento lasciatoci da Gesù e che, comunque, è e resta il fondamento di una convivenza autenticamente umana, libera, giusta, pacifica, riscattata dal male e dalla perversa struttura di peccato e di perdizione che è la mafia: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,12-13). Finché ci saranno uomini e dono disposti a dare la vita perché altri abbiano la vita, il male in tutte le sue forme non prevarrà. E per chi è cristiano la speranza dei Cieli nuovi e della Terra nuova è una certezza che impegna già in questa terra, sotto questo cielo. Nella nostra Isola, nella nostra Palermo. Sotto questo nostro meraviglioso cielo che ci ha sempre regalato un po’ di quiete dopo ogni sua tempesta. Grazie a loro. Dunque, un immenso grazie a loro. E a Dio che ce li ha donati.

