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Se il welfare diventa un mercato, perdiamo la cura delle persone

Cura della persona
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Il futuro dell'assistenza territoriale

La Sicilia conosce bene il significato della parola fragilità. Lo conoscono le famiglie che assistono un anziano non autosufficiente, i caregiver di una persona con disabilità, chi accompagna un malato cronico o un paziente in cure palliative. Lo conoscono i sindaci dei piccoli comuni e gli operatori che ogni giorno cercano di colmare le distanze tra bisogni e servizi.

Per questo motivo, quando si parla di riforma del welfare e di organizzazione dei servizi sociosanitari, non dovremmo mai dimenticare una domanda fondamentale: stiamo parlando di un mercato o di una comunità che si prende cura dei propri cittadini?

La domanda non è teorica. È al centro del confronto aperto dalle recenti norme sulla concorrenza applicate al sistema sociosanitario e riguarda il futuro stesso dell’assistenza territoriale.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un progressivo spostamento dell’attenzione verso modelli sempre più orientati alla competizione tra erogatori. L’obiettivo dichiarato è garantire trasparenza, qualità e apertura del sistema. Principi certamente condivisibili. Tuttavia, quando questi criteri vengono applicati indistintamente anche ai servizi destinati alle persone più fragili, emerge una contraddizione profonda.

La cura non è una merce

Una prestazione può essere acquistata, misurata e confrontata. La presa in carico di una persona fragile no. Essa si fonda sulla continuità assistenziale, sulla conoscenza della storia individuale e familiare, sulla capacità di costruire relazioni di fiducia che durano nel tempo.

È questo il cuore dell’integrazione socio-sanitaria

Da decenni sappiamo che la salute non dipende soltanto dalle cure mediche. Dipende dalle condizioni sociali, dall’ambiente familiare, dal reddito, dalla rete di sostegno e dalla capacità dei servizi di lavorare insieme. Per questo il futuro della sanità non può essere rappresentato soltanto da nuovi edifici (vedi Ospedali e Case della Comunità) o nuove tecnologie. Deve essere rappresentato da una maggiore integrazione tra servizi sanitari, servizi sociali e risorse umane.

Non è un caso che il recente Rapporto “Sussidiarietà e Salute” abbia individuato proprio nella frammentazione dei percorsi assistenziali una delle principali criticità del nostro sistema sanitario. Il rapporto evidenzia come l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle cronicità e le persistenti disuguaglianze richiedano una sanità capace di accompagnare le persone lungo tutto il percorso di vita, rafforzando l’integrazione tra sanitario e sociosanitario e mettendo al centro la presa in carico della persona piuttosto che la semplice erogazione di prestazioni.

Questa riflessione assume un significato particolare in Sicilia, dove molte delle esperienze più avanzate di assistenza domiciliare, sostegno alle disabilità e cure palliative sono nate grazie alla collaborazione tra istituzioni pubbliche, volontariato, cooperative sociali ed enti del Terzo settore.

Parliamo di organizzazioni che non si limitano a fornire servizi. Costruiscono relazioni, intercettano bisogni nascosti, raggiungono persone che spesso resterebbero escluse dai percorsi tradizionali di assistenza. Rappresentano un capitale sociale che nessuna gara d’appalto può misurare adeguatamente.

Eppure oggi questo patrimonio rischia di essere messo in discussione da una visione che considera il welfare principalmente come uno spazio di competizione economica.

Il pericolo non è soltanto quello di penalizzare le organizzazioni più radicate nei territori. Il rischio è più profondo: trasformare la logica della presa in carico in una logica di mera erogazione di prestazioni. Premiare chi offre di più al costo minore, anziché chi garantisce continuità, prossimità e integrazione.

Alla lunga, una simile impostazione potrebbe favorire la concentrazione del sistema nelle mani di grandi operatori, impoverendo il pluralismo sociale e riducendo quella capacità di innovazione e di vicinanza alle persone che rappresenta il valore aggiunto del Terzo settore.

Esiste però una strada diversa

La nostra Costituzione la chiama sussidiarietà. Il Codice del Terzo Settore (di cui sono stato relatore in Parlamento) la traduce negli strumenti della co-programmazione e della co-progettazione. La Corte Costituzionale l’ha riconosciuta come una modalità autonoma di costruzione delle politiche pubbliche.

Non si tratta di aggirare la trasparenza o la valutazione della qualità. Al contrario si tratta di riconoscere che il welfare non può essere governato esclusivamente con le categorie del mercato. Alcuni servizi richiedono procedure competitive; altri, soprattutto quelli che riguardano la fragilità e la vita delle comunità, richiedono collaborazione, corresponsabilità e amministrazione condivisa.

La vera sfida dei prossimi anni non sarà scegliere tra pubblico e privato, né tra Stato e Terzo settore. Sarà costruire un sistema nel quale ciascuno contribuisca, secondo le proprie competenze, a realizzare un obiettivo comune: garantire il diritto alla salute e alla dignità delle persone più fragili.

Se vogliamo che le Case della Comunità, l’assistenza domiciliare e la sanità territoriale diventino realtà e non semplici slogan, dobbiamo avere il coraggio di affermare un principio semplice ma decisivo: il welfare non è un mercato.

È un bene comune.

E i beni comuni si costruiscono insieme.

Giorgio Trizzino Direttore Sanitario SAMOT ETS

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