PALERMO – L’ordine, la catena di trasmissione e l’esecuzione. Sono tre i momenti su cui si concentrano le indagini. I picciotti del racket hanno colpito ancora. Nella notte fra sabato e domenica c’è stato il terzo raid ai danni del Bar Cherì allo Zen.
Bisogna decifrare le situazioni ma i risultati arriveranno, lo dice la storia giudiziaria degli ultimi anni. Lo step della repressione darà le sue risposte, ma è sulla prevenzione che il fronte è scoperto.
C’è un esercito di picciotti che scalpita. Giovani delle periferie – Zen e Marinella – che seminano paura da mesi con le sventagliate di kalashnikov, gli incendi e le bottiglie di benzina. L’ordine è stato trasmesso, probabilmente bucando il sistema di controllo carcerario.
Una delle ultime inchieste sui fratelli Serio, arrestati con l’accusa di avere retto il mandamento di San Lorenzo, d’altra parte aveva già fatto emergere che i boss parlano comodamente al cellulare dalle loro celle. Non si esclude che le cose siano andate così anche stavolta. Bisogna ricostruire il giro delle comunicazioni.
Di sicuro o dal carcere o da qualche capomafia in libertà per fine pena – tra questi ci sono Calogero Lo Piccolo, Giuseppe Biondino e Giuseppe Serio – l’ordine è arrivato. Da novembre si ripetono gli attentati, alcuni con una cadenza preoccupante che sembra andare oltre la logica del racket. Ci sono casi che hanno la caratteristica della ritorsione, addirittura della vendetta. Come è avvenuto per Sicily by Car e il Bar Cherì, presi di mira tre volte ciascuno.
Le sventagliate di mitra sono la firma. Nelle scorse settimane sono state arrestate sei persone che farebbero parte della squadra del pizzo, ma le indagini non si sono fermate. L’inchiesta è più ampia e punta in alto, al regista occulto che muove i fili della manovalanza e che a sua volta si affida a un livello intermedio dove c’è un sottocapo che custodisce il segreto del manovratore.
Rapinatori e spacciatori hanno fatto carriera, ma Cosa Nostra resta un’associazione gerarchica. Chi agisce o lo fa rispondendo signorsì oppure in rottura con i vertici che non possono perdere terreno. In qualche modo avrebbero dovuto fare sentire la loro voce. Ed invece l’esercito delle bottigliette piene di benzina e dei kalashnikov continua ad agire.
I tempi della repressione sono diversi da quelli della prevenzione. Per le indagini ci sono passaggi e regole da rispettare. Nell’attesa è la prevenzione che difetta. Servono più uomini sul campo.

