Mafia e cibo per i poveri |Ecco il mercato dei voti

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Mafiosi che condizionerebbero le elezioni. Consensi venduti a 5 euro. Politici che li comprerebbero in cambio di posti e contanti. Pasta e legumi per i bisognosi usati come ricatto elettorale o venduti. I retroscena dell'inchiesta che ha portato ai domiciliari Dina, Mineo, Clemente e Bevilacqua.

PALERMO – “Che squallore” dicono agitando la testa il procuratore Francesco Lo Voi e l’aggiunto Vittorio Teresi. Come dargli torto. Il mix, al di là degli eventuali esiti processuali, è da pubblico ludibrio. Mafiosi che condizionerebbero le elezioni, voti venduti a 5 euro ciascuno, politici che li comprerebbero in cambio di posti di lavoro e soldi in contanti. E, come se non bastasse, il cibo destinato ai poveri usato per sfruttare la miseria come ricatto elettorale o per gonfiare il portafogli di qualcuno. Alle volte pasta, formaggi e legumi venivano strappata dalla bocca dei bisognosi per finire sugli scaffali di commercianti senza scrupoli. Insomma, nell’inchiesta c’è molto di più della corruzione elettorale costata gli arresti domiciliari ai deputati regionali Nino Dina e Roberto Clemente, all’ex onorevole Franco Mineo, e al ras del consenso Giuseppe Bevilaqua (a cui vengono contestati pure il peculato e la malversazione di fondi comunitari). Il Nucleo speciale di polizia valutaria di Palermo, guidato dal colonnello Calogero Scibetta (a coordinare l’operazione oggi è sceso a Palermo il vice comandante nazionale Claudio Petrozziello) chiude un’indagine che diventa un pugno nello stomaco.

Tutto è iniziato nel 2011 mentre i finanzieri ascoltavano alcuni mafiosi di Tommaso Natale. Palavano di Bevilacqua che si gonfiava il petto quando raccontava – nel frattempo anche il suo telefono era stato intercettato – dei suoi trascorsi politici e della capacità di raccogliere i voti necessari nel 2007 per diventare consigliere della circoscrizione che comprende i quartieri Arenella, Vergine Maria, Pallavicino, Tommaso Natale, Sferracavallo, Partanna Mondello e Mondello. Grazie agli “amici” aveva fatto il pienone. “Ho preso settecento voti in questa zona che a me non mi conosceva nessuno..”, diceva. Merito di Calogero Di Stefano, di Giuseppe Antonio Enea e di altri mafiosi che sarebbero stati poi arrestati. Con loro Bevilacqua avrebbe siglato quello che Teresi, senza giri di parole, definisce “il patto con gli assassini”. Perché tali sono tutti mafiosi “senza distinzioni di ruoli”. Di contatti, Bevilacqua, ufficialmente dipendente Amat, ne aveva parecchi. Una rete di relazioni intessuta grazie a due patronati, i Caf di via Marinuzzi (alla Stazione centrale) e via Cortigiani (nella zona di via Perpignano).

Forte dei suoi appoggi Bevilacqua ha provato a diventare consigliere comunale nel 2012. Ha raccolte oltre mille e 200 voti nelle file del Pid-Cantiere popolare, molti di più di quanti ne sono bastati ad altri candidati per piazzarsi a Sala d’Ercole. La regole elettorali, però, non hanno fatto scattare il seggio e pochi mesi dopo ha provato a monetizzare il suo pacchetto elettorale in occasione delle elezioni regionali. Ed è inizia la girandola di eventi per cui oggi in tanti pronunciano la parola “squallore”. In cambio dei voti da girare ai politici avrebbe fatto tante promesse, molte delle quali mantenute. Dal finanziamento di 20 mila euro per la festa rionale nella borgata della Marinella ad una raffica di posti di lavoro in asili nido, istituti di formazione, case di riposo e aziende private per parenti e amici dei mafiosi. Alle sue promesse si sarebbero aggiunte quelle dei politici. Franco Mineo, Nino Dina e Roberto Clemente sono finiti ai domiciliari, mentre è solo indagato Vincenzo Di Trapani che non si piazzò all’Ars (era candidato nel Pdl) nonostante i 1.700 voti raccolti. Una parte, secondo l’accusa, li avrebbe comprati da Bevilacqua. “Me ne ha dati tre (tremila euro ndr) gli altri mille non me li ha dati”.

C’è un capitolo dell’inchiesta che fa sprofondare il tutto più in basso dello squallore. Bevilacqua, in concorso con la compagna Anna Ragusa, avrebbe fatto soldi vendendo il cibo destinato agli indigenti dal “Banco delle Opere di Carità”, incaricato dall’Agenzia Governativa per le Erogazioni in Agricoltura (Agea) di distribuire le derrate alimentari acquistate con i finanziamenti dell’Unione Europea. Ed invece, servendosi dell’associazione Giu.Gio e con la complicità di Marcello Macchiano, dipendente dello stesso Banco, Bevilacqua avrebbe organizzato in un capannone, a Bagheria, il mercato nero dei prodotti per i poveri. I commercianti facevano la fila per accaparrarsi la merce. I sacchetti con le derrate alimentari che rimanevano venivano vendute agli stessi indigenti a cui dovevano essere forniti gratis. Due euro a sacchetto. Oppure 15 euro per una fornitura annuale. Le intercettazioni sono disarmanti. Bevilacqua parlava di “persone che litigavano con le persone” per accaparrarsi un sacchetto della spesa. Nella guerra fra poveri lui stesso assurgeva a giudice supremo: “…Gliel’ho detto… gli ho detto: io questa volta gliela do… il prossimo mese lei verrà scartato direttamente”.

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