Faraone, il dem che ci vede lungo| Un'ascesa tra Renzi e Cardinale

Faraone, il dem che ci vede lungo| Un’ascesa tra Renzi e Cardinale

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Ritratti da Palazzo. Quarta puntata. Il politico palermitano ha condiviso da subito il percorso con Matteo Renzi. Condividendo col premier il coraggio per la posizione scomoda. Come quando attaccò in tempi non sospetti i professionisti dell'antimafia.

Ritratti da Palazzo
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4 min di lettura

PALERMO – La montatura degli occhiali l’ha cambiata più volte. Le lenti probabilmente sono quelle per leggere da vicino. Perché di certo Davide Faraone è uno che ha saputo vedere lungo. Prima e meglio dei suoi compagni di partito. Negli anni in cui questi ultimi si accapigliavano su Lombardo sì, Lombardo no, il giovane politico palermitano puntava tutte le sue fiches sul coetaneo, classe ’75, Matteo Renzi, predicando con lui dalla Leopolda la rottamazione di una classe dirigente. Qualcuno all’epoca ci rideva pure su. Fatto sta che oggi, Faraone è uno dei più potenti politici siciliani. L’unico che vanta un rapporto robusto con Renzi, che dopo averlo voluto nella segreteria nazionale lo ha portato al governo come sottosegretario, un quasi ministro ombra, alla Pubblica istruzione. Proprio lui, che non è laureato. Dettagli nell’era del renzismo e dei suoi uomini nuovi. Un ruolo che Davide da San Lorenzo, periferia palermitana, interpreta con passione, anche se con qualche sfumatura sicula.

Più renziano di Renzi, con l’amico leader Faraone condivide il coraggio della presa di posizione scomoda. Magari contro un certo sindacato, lui figlio di sindacalista Cgil, o persino contro il moloch dell’antimafia chiodata. Contro la quale Faraone fu uno dei primissimi ad esprimersi pubblicamente, prima che i fatti e misfatti dell’ultimo anno assestassero il colpo di grazia al grande circo. Era il luglio del 2013 e Faraone se ne uscì con una coraggiosa presa di posizione contro gli allora intoccabili “professionisti dell’antimafia 2.0”. Chi scrive la riportò su Livesicilia, notando la fiumana di commenti entusiasti che ricordò i mitici 92 minuti di applausi per la recensione de La corazzata Potemkin di Fantozzi. Più o meno da allora i suoi rapporti con Rosario Crocetta sono stati parecchio complicati. Per il governatore Faraone è una sorta di nemico pubblico numero uno e ogni occasione è buona per dargli addosso. Il luogotenente renziano, con una certa dose di spregiudicato cinismo diessino, seppe però scendere anche a patti col “nemico” governatore, in occasione del scellerato blitz siculo-romano che diede vita allo sgangherato Crocetta bis, un pasticcio che durò pochi mesi, ma che permise a Faraone di occupare assessorati e gabinetti con amici e fedelissimi. Si sa, nell’Isola il consenso passa anche da queste cose. E in tema di formazione del consenso a Faraone toccò in passato qualche brutto quarto d’ora in un paio d’occasioni (incluso un ormai famoso servizio di Striscia) che però si chiusero senza conseguenze.

Sempre a proposito di consenso, le urne hanno sorriso a giorni alterni al colonnello di Renzi. Da deputato regionale uscente non fu rieletto, incassando una clamorosa trombatura. Sconfitto fu anche alle primarie per sindaco di Palermo (dopo una campagna elettorale da maratoneta iniziata in consiglio comunale), dove però, correndo solo contro tutti e tutto, ne uscì da vincitore morale con un bel risultato. Che fu la base per costruire la vittoria alle primarie per le Politiche, che gli schiusero la porta del Parlamento nazionale.

Da Roma si è attivato nel tentativo di svolgere una sorta di supplenza del governo regionale, interessandosi di problemi che esulano dal suo mandato di governo. Francobolla Graziano Delrio a ogni visita, si interessa di fondi europei e infrastrutture, si sbraccia insomma, lasciando ai suoi più stretti amici (di norma Giuseppe Bruno, neopresidente del Pd che lui volle assessore) la noia della polemicuzza con Crocetta. Al quale Faraone si limita a lanciare qualche stoccata ogni tanto. E a rafforzare le sue truppe. Che alle ultime Europee si rivelarono fragiline, visto che il suo candidato Marco Zanbuto finì ben lontano dal trittico degli eletti del Pd. Malgrado tra i renziani si siano accomodati politici non proprio di primo pelo, dal messinese Giuseppe Laccoto a Baldo Gucciardi, i rinforzi non guastano. Faraone li ha individuati nei deputati in transito, attratti dal partito postideologico. Ha portato nel Pd in quota renziana le truppe di Articolo 4 (deputati neoprogressisti con robuste storie di centrodestra) e conta anche sulla pattuglia di Totò Cardinale, che al sottosegretario è devota (mitico ormai il “patto dei ricci” siglato dal rottamatore e dal navigato democristiano in un ristorante di Mondello), anche su questo in attrito con Crocetta.

Con Fausto Raciti va d’accordo. Così lontani e diversi, li accomuna un patto generazionale e una certa intolleranza verso gli usurati ammenicoli antimafiosi del reame crocettiano. D’altronde fu proprio in forza di uno spregiudicato patto tra Faraone e il suo arcinemico Mirello Crisafulli (e Crocetta, ah, la realpolitik…) che il giovane Fausto approdò alla segreteria. Le incomprensioni non sono mancate, come ai tempi del Crocetta bis. Ma questo è il Pd. Faraone lo sa bene. E come ai tempi della Leopolda, vive il presente sempre con un occhio al futuro. Che secondo tanti si immagina a Palazzo d’Orleans.

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