Ingroia esulta e contrattacca | Ma Sicilia e-servizi è un flop

Ingroia esulta e contrattacca | Ma Sicilia e-servizi è un flop

Ingroia esulta e contrattacca | Ma Sicilia e-servizi è un flop

L'ex pm dopo l'archiviazione esulta: “Giustizia è fatta”. Ma nella spa ostaggio dei privati, poca trasparenza, costi alti e inefficienze.

L'azienda e le polemiche
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PALERMO – L’archiviazione per Ingroia e Crocetta sembra aver risolto tutto. A leggere le dichiarazioni dell’ex pm, ad esempio, sull’Huffington post, “giustizia è fatta”. E certamente Ingroia ha ragione, dal punto di vista personale, chiedendo, per la notizia della caduta delle accuse nei suoi confronti, la giusta attenzione. Una necessità che non ricordiamo apparisse così importante ai tempi in cui l’accusa era rappresentata proprio da lui. Complice fu, nell’ingiustizia mediatica, la “sonnolenza dell’informazione agostana”, si rammarica l’amministratore unico di Sicilia e-servizi, il cui procedimento penale per abuso d’ufficio è stato definitivamente archiviato.

Peccato che la stessa sonnolenza avesse fatto passare un po’ sotto traccia, sempre ad agosto, il nuovo black out di Sicilia e-servizi. L’ennesimo, puntuale “crac” del sistema informatico, stavolta causato, sembra, da un filo tranciato per sbaglio nel Torinese, ma che ha risvegliato il ricordo degli altri casi in cui tutta l’informatica regionale è andata in tilt a causa della scelta dell’ex socio privato di “staccare la spina” alla Regione. Perché il punto, e il dubbio è proprio lì: l’archiviazione dell’indagine penale (prosegue intanto quella contabile) per Ingroia e Crocetta sulle assunzioni nell’azienda regionale allontana dagli occhi dei siciliani l’immagine di una società inefficiente, poco trasparente, “ostaggio” di imprenditori non più legati alla Regione e in grado di mettere in ginocchio ospedali e l’intera macchina amministrativa?

“Giustizia è fatta”, dice Ingroia. E dal suo punto di vista di ex pm che una volta amava i riflettori sulle tesi dell’accusa, ha ragione. Ma per i siciliani Sicilia e-servizi resta una palla al piede e allo stesso tempo una specie di enclave all’interno della quale si possono eludere o sottovalutare anche le norme, scavalcare i paletti. E non lo dicono i sonnolenti giornali agostani, né soltanto un “fin troppo solerte sostituto procuratore della Corte dei Conti, legato, sia da affinità parentali che da passati incarichi consulenziali, a uno dei difensori dell’ex senatore Dell’Utri” (potevano mancare i processi e la mafia?). No, lo hanno detto, in fila, il presidente dell’anticorruzione Raffaele Cantone, le sezioni riunite della Corte dei conti persino nell’ultimo rendiconto, la stessa Regione che ha contestato all’azienda costi esagerati, e persino l’Assemblea regionale che ha votato una norma per “stimolare” l’efficienza dell’azienda.

Sia chiaro, nessuno pensa che il disastro di Sicilia e-servizi sia stato originato da Antonio Ingroia. Le radici del fallimento stanno altrove, ai tempi del governatore Cuffaro e del suo successore Lombardo. Ma la verità è che – al di là della archiviazione della quale stiamo dando nuovamente notizia – il nuovo amministratore e il nuovo governo non hanno cambiato verso al destino fallimentare dell’azienda. E dire che Crocetta ci aveva pure provato. Prevedendo il trasferimento delle competenze di Sise in un ufficio regionale. E aveva chiamato Ingroia proprio per questo: liquidare l’azienda. Chiuderla. E invece no. Si è preferito farla risorgere, anche a costo di diventare “ostaggio” da un lato del socio privato che continua a rivendicare milioni di crediti, dall’altro dei lavoratori che pochi giorni prima della scadenza del contratto hanno minacciato lo “stop” dei servizi, “costringendo” Ingroia all’assunzione. Ma da allora, anche in termini di efficienza, non è cambiato nulla. Solo negli ultimi otto mesi sono stati tre i gravissimi black out che hanno fermato, tra le altre cose, il Centro unico per le prenotazioni mediche, il sistema per il pagamento degli stipendi nella pubblica amministrazione, e tanto altro. Ovviamente, a ogni interruzione, ecco la reazione furente di Ingroia contro il socio privato. Un teatrino, ormai. Da due anni infatti, siamo sempre allo stesso punto. Con tanto di server in Val d’Aosta.

Nel frattempo, però, Ingroia ha messo radici in quell’azienda che avrebbe dovuto limitarsi a chiudere. E nel frattempo ecco anche crescere uno stipendio che inizialmente avrebbe dovuto tenersi entro i limiti dei 40 mila euro. Ma divenuto, dopo un po’, un vero mistero. Nell’ultimo giudizio di parifica, poi, si fa cenno anche a una nota della Ragioneria generale che segnalava “nei mesi di ottobre, novembre e dicembre del 2015 il superamento del limite dei compensi dell’amministratore unico di Sicilia e-servizi”. Un compenso, dicevamo, a lungo coperto dal mistero, visto che per mesi Ingroia ha ignorato gli obblighi di trasparenza e di pubblicazione sul sito ufficiale, al punto da “guadagnarsi” una tirata d’orecchi dell’autorità Anticorruzione che ha inviato una lettera per chiedere i motivi di queste “lacune”. Stesse mancanze segnalate a sua volta dalla Regione, ossia dall’ex dirigente dell’Ufficio informatico Maurizio Pirillo. Anche in quel caso Ingroia rispose sollevando un polverone sulla burocrazia regionale e sugli interessi relativi a quella società. Nel frattempo, passava più o meno sotto silenzio uno dei pochi dati che per tanto tempo è stato reso pubblico: la consulenza all’avvocato Elio Costanza, ex tesoriere del movimento politico di Ingroia e oggi remunerato anche con i soldi dei siciliani.

E ancora, ecco i dubbi sui costi dell’azienda e sulla sua effettiva utilità ed efficienza. Giunti da Regione e Assemblea regionale. A cominciare dalla decisione dell’Ars di togliere, di fatto, l’esclusiva sulle attività informatiche a una società che rischia di essere sempre meno utile. Ovviamente Ingroia insorse, accusando l’assessore all’Economia Baccei di “conflitto di interessi” per la sua precedente attività in società che si occupano di assistenza tecnica. “Questa norma serve solo a stimolare Sicilia e-servizi a essere competitiva”, rispose il Pd. Stessa furente reazione (condita da un ricorso al Tar) l’ex pm ha dedicato poi alla nota con cui il dirigente generale Pirillo ha chiesto alla società di ridurre di 1,7 milioni l’anno i costi della propria attività, basandosi sui “prezzi di mercato”. Per lo stesso governo che avrebbe dovuto chiuderla, per l’Anac, l’Ars e la burocrazia regionale, insomma, quell’azienda costa troppo, funziona male, è poco trasparente ed è ancora, dopo due anni, ostaggio dei privati. “Giustizia è fatta”, esulta Ingroia. Buon per lui.

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