"La mia Palermo proibita" | Cronache dalla carrozzina

“La mia Palermo proibita” | Cronache dalla carrozzina

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Lidia Massari in giro per Palermo con un'amica.
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Una professoressa disabile racconta la sua visita a Palermo, nel giorno del 'Carrozzina Day'.

Disabilità
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6 min di lettura

PALERMO – Lidia Massari, professoressa di Recanati, nelle Marche, disabile, ha trascorso a Palermo qualche giorno. Ha girato in lungo e in largo con la sua carrozzina il centro della città. Poi ci ha scritto e ci ha raccontato la sua esperienza.

Quanto fa un lungo week end di fine ottobre sommato ad un biglietto aereo a 30€? Facile: Palermo! E mentre si prepara la valigia il pensiero va, quasi in automatico, alle tante meraviglie studiate sui libri e mai viste dal vero: gli splendidi giardini arabo-normanni, l’oro dei mosaici, lo splendore del barocco e dell’architettura ottocentesca. Ma prima, come al solito, uno sguardo ai siti web per organizzare tutto al meglio: sorprende che molti monumenti (per esempio, il complesso di S. Giovanni degli Eremiti o la Zisa) non abbiano né un proprio sito internet né informazioni sull’accessibilità. Eppure, il percorso arabo-normanno è stato appena dichiarato dall’UNESCO Patrimonio dell’umanità. Fatte alcune telefonate per verificare la presenza di ostacoli, stilato un programma di massima (cosa non facile, visti gli orari assurdi di musei e monumenti), si parte!

Palazzo Branciforte – Primo giorno. La giornata comincia con una visita a Palazzo Branciforte, di recente restaurato da Gae Aulenti. Una volta superato l’ostacolo del basolato, che sarà un leitmotiv delle giornate palermitane, all’interno tutto è concepito per una fruizione degli spazi espositivi e della biblioteca in piena autonomia. Gentile e mai invadente il personale. La piacevole sensazione di modernità e l’incantevole vista degli antichi depositi mi fanno pregustare le gioie delle tappe future. Sbagliavo, come si vedrà.

Cattedrale di Palermo – Risalgo verso la parte più alta della città vecchia. Costeggio la Cattedrale: ci sono diversi cancelli aperti ma il gradino del marciapiedi è insormontabile. Proseguo, il livello dell’ansia che pian piano sale, e solo alla fine scopro che l’unico accesso raso terra è quello che si trova di fronte al Museo Diocesano. Salgo sul marciapiedi, poi da lì torno indietro per entrare in Chiesa. L’interno, per fortuna, è visitabile con comodità.

Palazzo dei Normanni – Proseguo nella salita lungo il Cassaro, alla conquista della Cappella Palatina, tappa obbligata per ogni amante dell’arte. All’arrivo mi dicono che per accedere al piano c’è un ascensore e un addetto gentile si offre di andare a prendermi il biglietto, visto che ho sbagliato ingresso, e di accompagnarmi lungo un tragitto riservato ai parlamentari dell’Assemblea regionale. Chiedo se ci siano altri ostacoli e mi dicono di no. Ma quando arriviamo al piano, oltre il cancello di ferro che delimita l’area, sono ancora fuori e non dentro la Cappella. Per accedere, infatti, ci sono due gradini, più una soglia larga 30 cm, alta circa 15 cm. A richiesta – a richiesta? – un’addetta metta una rampa mobile che dovrebbe superare i due gradini. Peccato che la rampa sia corta e quindi di pendenza impraticabile. Un piccolo Himalaya per entrare nella Cappella d’oro. Per consentire al custode di aiutarmi, devo smontare il motore della mia sedia e spiegare – di fronte ai turisti perplessi – come mi possono aiutare. Per chi è abituato a girare da solo, senza dover chiedere niente a nessuno, non è proprio il massimo. A visita terminata, mi chiedono se voglio visitare anche gli appartamenti reali. “Perché no? – rispondo. – A patto che ci sia l’ascensore”. “Ma certo che c’è, non si preoccupi!”. Ecco, a questo punto della mia visita non avevo ancora capito bene cosa significa “non si preoccupi” quando a dirlo è un maschio siculo. Lo capirò presto. Riprendiamo l’ascensore e approdiamo a un elegante atrio arredato in modo molto istituzionale, come istituzionale e infiocchettato di tricolore è il commesso che dovrebbe aiutarmi. Fra me e il corridoio questa volta i gradini sono quattro. “Ma abbiamo la rampa”, dice, senza molta convinzione. E tira fuori, impacciato, due binari (non una rampa, ma due binari mobili) di cui non immagina nemmeno lontanamente l’uso. Devo smontare di nuovo il motore, lo aiuto a posizionare i binari, arriviamo al ballatoio e… sorpresa! Per accedere agli appartamenti ci sono altri gradini. “Non si preoccupi”, ripete un altro commesso. Ma adesso mi sono stancata e, con tutta la calma di cui sono capace (poca, in effetti), comunico agli astanti (un paio di addetti e qualche turista curioso e solidale) che non è proprio dignitoso farsi trasportare a mo’ di carriola da una parte all’altra del Palazzo dei Normanni; che avrei dovuto essere avvertita prima delle difficoltà; e che probabilmente esistono sistemi più pratici per abbattere le barriere architettoniche (che in un palazzo delle Istituzioni dello Stato non dovrebbero esserci in nessuna sua parte).

È qui che il senso del “non si preoccupi” mi si manifesta appieno: dato che non ci sono servizi, io, impiegato, addetto, passante siculo e gentile, ti aiuto come meglio posso. Il che testimonia l’ospitalità isolana ma è in palese conflitto con il diritto di tutti a godere del patrimonio artistico statale (che a tutti appartiene) a prescindere dalla presenza o meno di persone gentili.

I biscotti di S. Martino con la ricotta per pranzo provvedono a stemperare l’amarezza. Palermo sa essere molto dolce.

Monreale – Secondo giorno: Monreale. So già che vale il viaggio, pago quasi volentieri decine di euro in taxi. E non perché sia una turista viziata: il trasporto pubblico accessibile è inaffidabile, soprattutto per chi viene da fuori. E quindi una persona disabile spende, per raggiungere Monreale, 25 volte di più di chi si muove con i mezzi. A richiesta, gli addetti del Duomo sistemano rampe per accedere all’interno della Cattedrale, che tuttavia non ha nessun sistema per superare i tre gradini che conducono ai transetti. Altra odissea per raggiungere il chiostro, a cui si accede attraverso una ripidissima e sconnessa rampa esterna impossibile da percorrere da soli (è il momento del “non si preoccupi”). Sovrastata dalla bellezza miracolosa del luogo, nemmeno riesco ad arrabbiarmi. Bevo con gli occhi la meraviglia, ringrazio e ritorno in città.

Palazzo Abatellis – Dopo una rapida sosta alla Cuba (inaccessibile, ma il bello è il fuori) e alla cripta dei Cappuccini (con sorprendente e modernissimo ascensore), il mio tour dovrebbe finire al Museo di Palazzo Abatellis, in via Alloro. E già arrivare al museo è un’impresa: fra basolato sconnesso, traffico, cestini di immondizia stracolmi, arrivare al palazzo integra è la prova del favore degli dei. Mi guardo intorno curiosa, sicura. È un museo importante, e restaurato da Scarpa, un architetto famoso. Cerco la prima sala: eccola là, oltre un alto gradino. “Non si preoccupi!”. Ormai il copione lo conosco: tirano fuori una rampa improbabile (pendenza del 30% minimo), mi devo far aiutare, all’ingresso, all’uscita. Eccetera. Forse era meglio non essere troppo sicuri.

Alla fine, quello che volevo vedere, e che sapevo di poter vedere in due soli giorni, l’ho visto. Ma solo grazie a persone che, o per dovere o per personale simpatia mi hanno permesso di godere di beni che, salvo casi eccezionali, dovrebbero essere alla portata di tutti, senza fare domande, senza barriere. Un traguardo che in questa città sembra ancora piuttosto lontano.

Lidia Massari (testo raccolto da Maria Teresa Camarda)

 

 

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