La partita di Grasso sembra persa | Caro presidente, ecco il suo errore

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Sicily Game. Sempre più difficile l'ascesa dell'ex procuratore di Palermo.

Palazzo Chigi alla siciliana
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4 min di lettura

Caro Presidente Piero Grasso,

La sua storia insegna che, cercando di piacere a tutti, si può finire col non piacere a nessuno.

Anche stavolta il suo nome era nella cerchia dei papabili. Un premier di garanzia per rammendare lo strappo di quell’Iradiddio del ragazzo toscano. E lei – umilmente, s’intende – con la felpata invisibilità che la contraddistingue, avrebbe chinato il capo e risposto di sì, per puro spirito di servizio. S’intende.

Infatti, non è proprio lei a soffiare  perennemente sul fuocherello suggestivo del suo profilo pubblico, tutto pane, abnegazione e istituzioni?

Non è stato lei a scalare con astuta nonchalanche i gradini del potere, affinando la consumata tecnica del figlio togato del popolo che non si pavoneggia, ma lascia che siano gli altri a scoprire le sue umilissime virtù? Io miglior amico di Falcone? Tutti lo sanno, ma non sto qui a vantarmene. E ogni nota, ogni comunicato, ogni tratto di penna recano immancabilmente il granello di incenso sparso sull’altare delle care memorie di Giovanni e Paolo, affinché nessuno dimentichi quello sponsor involontario, quel nesso dissimulato, solo per essere meglio condiviso.

Io candidato a presidente della Repubblica? Non ci tengo, però se voi proprio ci tenete…. E’ la rinomata arte del sottrarsi per durare, del fingere la sobrietà acquattata nell’ombra della discrezione, pur di mietere consensi.

E poi la ricerca dell’audience, per non scontentare nessuno, ma avere tutti al proprio fianco, tramite la scoloritura, il risciacquo delle prese di posizione nell’ammollo dell’ovvietà, la tattica della carota bipartisan che l’hanno portata – caro presidente – a salire sul carro di ogni vincitore.

E non è che le sia andata male. Ha funzionato, visto che siede sulla poltrona di seconda carica dello Stato. Solo che, stavolta, lo stratagemma del glissare, per meglio acchiappare, ha fatto cilecca.

Era stata spesa anche la sua augusta candidatura di garante per il dopo Renzi, per il Day After dell’esplosione referendaria scatenata dal rottamatore che ha pretesto di giocarsi la stabilità di un Paese sulla ruota della fortuna delle sue congetture personali. Il Presidente Mattarella – suo conterraneo – non l’avrebbe ostacolata, anche se è di una pasta diversa: un palermitano che parla schiettamente col garbo dell’intransigenza, pure a costo di strappi e lacerazioni. Perfino Matteo, forse, avrebbe lasciato correre, nonostante qualche ruggine trascorsa.

Ma è stato il ‘Giornale’, con una polemica ben assestata, a centrarla e a metterla fuori gioco. Ha scritto Stefano Zurlo: “Silvio Berlusconi doveva decadere e decadde. Un pulsante da schiacciare, niente di più. Il presidente del Senato brandiva la Severino come la Bibbia dall’alto della sua poltrona, imbottita di codici e codicilli. Il resto, il contesto, la ferita che si apriva nel timbrare la norma, non contava e non contò. Pochi mesi, pochissimi, fra l’estate e l’autunno di tre anni fa, per sbrigare la pratica e togliere di mezzo il Cavaliere. Tutte le questioni sollevate, sul crinale nebbioso fra sentimento popolare e volontà del legislatore, furono respinte senza se e senza ma”.

“Da più parti, anche da autorevoli e raffinati giuristi di sinistra, si sottolineavano le possibili forzature in atto, a cominciare dall’applicazione retroattiva della Severino. Tema divisivo e controverso, per più di un tecnico una camicia di forza inaccettabile. Ma il Senato con la bava alla bocca correva e il Grasso furioso correva ancora di più, fra le proteste e le eccezioni della minoranza di centrodestra. Una pausa, una riflessione, uno stop per valutare, soppesare, consultare: l’arbitro aveva fretta di spedire in tribuna il giocatore più pregiato degli ultimi vent’anni”.

Accadde all’indomani di una nota sentenza di condanna, quando Silvio decadde dalla carica di senatore sul palcoscenico di cui lei reggeva il sipario, eccellenza. Una scelta chiaramente politica. E si trattava dello stesso Berlusconi al cui governo, sempre lei, avrebbe dato il premio per la lotta alla mafia. Solo che il vento, nel frattempo, era cambiato. Bisognava adeguarsi. Morale dell’invettiva zurliana: uno così come potrebbe rappresentare il puntello della garanzia?

Ed è proprio questo che ha bloccato la sua corsa a Palazzo Chigi, presidente. Il motivato sospetto che la sua neutralità non esista, che il suo mostrarsi bipartisan rappresenti una fiction, che la sua voglia di piacere a tutti sia un artificio per nascondere precisi orientamenti, una consistente ambizione, la tenacia di chi intende arrivare in cima, costi quel che costi.

Lei è l’incarnazione della magistratura che si è fatta scranno parlamentare e partigiano. Solo l’aplomb e la rasatura perfetta la rendono apparentemente diverso da Antonio Ingroia. Per il resto…

Ma non se ne faccia un cruccio. Lei presiede il Senato ed è un vincente; quell’altro si è accucciato tra le braccia di Saro Crocetta ed è, politicamente, un perdente. 

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