PALERMO – Si sta come d’inverno, a Palermo. i palermitani. Una città irrisolta, eccola Palermo. Con i suoi bagliori nel quadrilatero del centro, sovrastato dal profilo del Teatro Massimo, sentinella della meraviglia. Ed è dolce ascoltare le note della prima, immaginarsi acculturati e internazionali, scorgere un parterre scintillante di vestiti e sogni, come se ci fosse un risplendente domani in attesa.
Ma, poi, è penoso risvegliarsi; oltrepassare, con rapida falcata, quel recinto di suggestioni e piombare in storie di munnizza e ciaffico a uso dello zio di Johnny Stecchino, povertà, marciapiedi rotti, nella porzione di una periferia sempre più estesa che un domani non l’avrà mai. Lo strappo si avverte ed è palpabile col rumore di una scucitura fra mondi troppo distanti.
E ci vorrebbe un sindaco a tempo pieno per rammendare quegli strappi. Un uomo operativo, notte e giorno, capace di armonizzare la bellezza con la necessità. E ci vorrebbe anche una città, dietro il sindaco, che fosse in grado di discutersi addosso, di bearsi di certe sue fastose scene, sapendo che non compongono la soluzione di tutto. E invece Palermo non c’è, arroccata – come appare – nella sua diaspora. I cantori del quadrilatero esorcizzano ogni notizia del disastro dal mondo di sotto, considerandola irriguardosa, un pretesto per sporcare lo specchio in cui magicamente si riflettono. I ‘prolet’, gli esclusi, maledicono ogni traccia di sviluppo, incrostati come sono di disillusioni.
Ecco, dunque, la città nel suo complesso dolente, attraversata da una campagna elettorale perenne, una contingenza, che la scavalca, per non affrontarla mai.
Ieri c’erano le regionali. Leoluca Orlando sosteneva – dopo averla lanciata – la sfida gentile e sfortunata del rettore Fabrizio Micari, anteponendo il taccuino elettorale al resto. E non che il sindaco non facesse (pure) il sindaco, ma dava come l’impressione di uno che appoggi la mano sinistra sui nodi amministrativi. Primo cittadino? Forse ‘piazzato’. E in altre faccende affaccendato.
Ora si replica, con le politiche del 4 marzo. ‘Luca’, mirabile inventore di architetture – talvolta premiate dal successo, talvolta non – risulta ancora affaccendatissimo nella campagna di primavera, come riferiscono le cronache che hanno riportato la sua marcia sul Pd. E non è che non si occupi di altro, cioè del suo – la questione dell’acqua, per esempio – ma sembra che si appoggi con nonchalanche, come uno richiamato dal dovere, più che dalla passione. Eppure, il suo partito era (è) Palermo: lo dice lui.
Sullo sfondo la città speranzosa, addolorata e divisa che aspetta una cucitura tra bellezza e necessità. Sarebbe il caso di prendere ago e filo e di affrettarsi, prima che lo strappo – ingoiando tutti gli angoli incantati – sprofondi in rassegnazione.

