"Oggi segno e ti dedico il gol" | Emanuele e la sua ultima corsa

“Oggi segno e ti dedico il gol” | Emanuele e la sua ultima corsa

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Un ragazzo morto in un incidente. Questa è la cronaca della sua gioia, raccontata da chi lo amava.

PALERMO- Il centravanti racconta e ricorderà per sempre la felicità di quel gol. Eccola che si spande, nella stanza umida di uno spogliatoio, in cronaca differita: “Ecco Emanuele che scende sulla fascia sinistra. Ecco che si ferma e alza la testa. Ecco che crossa col piede mancino. Arrivo io. Controllo di destro, tiro…”. Gol! Goool! Goooool! E il viso diventa rosso e le braccia si alzano. E sembra di potersi stringere ancora, con Emanuele, mischiare sudore, lacrime e sorrisi. Solo che sulla fascia c’è il dolore, accanto alla zolla di terra, lì dove Emanuele correva.

Emanuele Di Miceli, diciassette anni, è morto a Palermo in un incidente stradale, aggiungendo il suo viso di ragazzo risplendente di allegria al buio di una strage infinita, nella galleria di padri e madri dal cuore spezzato. La cronaca ha riportato le possibili dinamiche, è stato pubblicato il commosso resoconto del funerale. Manca qualcosa, però, nella memoria, per renderle piena giustizia. Manca il luogo della gioia di quell’adolescenza infranta che è necessario raggiungere, per custodirla.

Il campetto si staglia laggiù, nel cuore di Borgo Nuovo, oltre il profilo del tram. Il pomeriggio promette pioggia. La squadra della Vis Palermo è pronta per l’allenamento. Questa era la casa di Emanuele – ‘Kevin’, come lo chiamavano – che giocava con gli allievi regionali, ma spesso dava una mano (e i suoi piedi) pure agli allievi provinciali, correndo, con i suoi pensieri scattanti da terzino, sabato e domenica. E i mister si telefonavano, la sera, dopo le partite: “Meno male che c’è Emanuele che va così veloce”.

I mister sono Andrea Agliuzza e Pasquale Borsellino. I ragazzi si stanno sistemando nello spogliatoio. C’è un po’ di tempo. “Abbiamo saputo la notizia e non ci credevamo. Voleva sempre dedicarmi il gol – dice Andrea -. Ogni tanto mi faceva spazientire, come allenatore, perché dribblava, dribblava… Una volta, qualche mese fa, gli ho detto: ‘Ora ti metti accanto a me e stai fermo’. E lui: ‘Dai, mister, fammi entrare che ti dedico il gol’. Fu così. Non scorderò mai la sua corsa impazzita verso di me. Era un ragazzino buono, adorabile con tanta voglia di vivere”.

Andrea ha scritto su facebook, nel rievocare l’incontro più recente: “Domenica prima della partita ti dissi: non pensare solo alla parte offensiva aiuta la difesa… Tu con un sorriso mi schiacciasti l’occhio… Ok mister, tranquillo oggi segno e lo dedico a te… Non l’hai mantenuta… Sei sempre in tempo, sarà il gol più bello che ricorderò per sempre nel mio cuore”.

“Sorrideva senza smettere mai – tocca a Pasquale Borsellino – ed era contagioso. Magari ti veniva voglia di rimbrottarlo, come è normale per un mister con un calciatore. Però, lui, appunto, sorrideva con una bellissima faccia da bambino. E il rimbrotto passava”. Pasquale, come il suo collega, insegna il calcio, dopo averlo conosciuto fino in cima, nelle sue edizioni più smaglianti. Una finale maledetta di Coppa brucia, certo, ma niente può bruciare come l’impotenza della vita intorno a un pallone, schiacciata dall’addio. Resta una magliettina da reggere in mano e da mostrare. Una dedica: “Il nostro campione è volato su nel cielo”.

Accanto c’è lo spogliatoio. Qui, i ragazzi di oggi sistemano scarpini e bulloni, sognando di essere le figurine Panini di domani. Il campo è in terra battuta. Il vento solleva mucchi di polvere. Sta per piovere. Niente nomi di battesimo in omaggio alla discrezione. Ognuno sceglie il nome di un idolo a cui vorrebbe tanto somigliare, per identificarsi. Tu chi sei? “Io sono il portiere”. E non c’è quasi bisogno di scriverlo che, nell’occasione, decide di chiamarsi ‘Buffon’.

Buffon ha le mani in allerta, l’occhio repentino, le ginocchia pronte alla sbucciature. “Emanuele era fantastico – racconta – sulla fascia andava come il vento, non lo fermava nessuno. Si guadagnava ovunque stima e rispetto, perché era corretto”. Si impappina un po’ Buffon. Gli pare strano pronunciare l’imperfetto che era presente, appena qualche giorno fa: “… Era un ragazzo allegro, buono e solare. Il compagno ideale per tutti”. Sono le stesse parole di ‘Ederson’, l’altro portiere che si specchia nel guizzante guardiano del Manchester City, del regista ‘Modric’ e di tutti gli scarpini che sognano un album di figurine, da protagonisti. E si capisce subito che non si tratta dell’affettazione degli adulti impegnati nel dovere di un amarcord. Tutto è troppo giovane per conservare tracce di ipocrisia. Tutto è sincero e triste.

Adesso è il centravanti che rammenta. Una rete, la sua. Quella che non dimenticherà. Il cross di Emanuele dalla fascia. Il controllo con un piede. La saetta con l’altro. Gol! Gol Gol! Tu come vuoi essere chiamato? “Cruyff”, sussurra con rispetto, l’attaccante di razza. Una parola magica, un sacramento per certe generazioni.

Su Borgo Nuovo cadono migliaia di figurine intarsiate di bellezza, come richiamate da un incantesimo. Maradona che scarta mezza Inghilterra. Tardelli che urla in un televisore in bianco e nero. Zoff che inchioda sulla linea il colpo di testa del brasiliano Oscar. Rossi, Rossi, Rossi! Angeli in movimento sopra un foglio, tirato su da chissà dove. Infine, Emanuele che deve ancora un gol, un gol in più, a coloro che non smetteranno mai di amare la sua giovinezza.

I ragazzi, finalmente, sgambettano in campo per l’allenamento. La Dea del Pallone, che il grande Brera chiamava Eupalla, ha risparmiato la pioggia. Borgo Nuovo, il tram, una strada che torna dalla felicità che fu. E una lapide sul ciglio della strada, ai confini del quartiere. Un’altra lapide, un altro ragazzo morto in un incidente. Chinati sull’asfalto, accanto ai fiorellini gialli che escono spontanei dal marciapiede, un uomo e una donna, in silenzio, pregano.


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