Il gioielliere, la donna, gli anziani | Non fu estorsione: sconti di pena

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La vicenda ruotava attorno al mancato pagamento di alcuni oggetti preziosi.

PALERMO – L’estorsione viene derubricata in esercizio arbitrario delle proprie ragioni e le pene diventano molto meno pesanti. Cosimo D’Amico è stato condannato a un anno e dieci mesi (in primo grado il Tribunale di Termini Imerese gli aveva inflitto 5 anni e 4 mesi), mentre Cinzia Landolina ha avuto un anno contro i quattro del giudizio di primo grado. La Corte d’appello di Palermo presieduta da Mario Fontana ha concesso la sospensione condizionale della pena e dichiarato l’inefficacia delle misura cautelare dell’obbligo di dimora applicato a Landolina. Gli imputati erano difesi dagli avvocati Giovanni Castronovo e Riccardo Bellotta.

Giovanni Castronovo e Cosimo D'Amico

La vicenda ruotava attorno al mancato pagamento di alcuni gioielli. Cosimo D’Amico, infatti, è titolare di un negozio di preziosi a Villabate. Nell’aprile 2016 una coppia di anziani coniugi chiama il 112. I carabinieri li trovano sotto choc nella loro abitazione. Hanno comprato da D’Amico, tra il 2013 e il 2014, oggetti in oro per cinque mila euro, di cui la metà pagata subito. Si sono messi d’accordo per saldare il conto a rate. Ed invece D’Amico avrebbe avvicinato il marito in strada pretendendo subito i soldi, senza neppure considerare la cifra già sborsata. “Mi devi dare i soldi… 5.250 euro…”, gli avrebbe detto.

Ad accompagnare il gioielliere ci sarebbe stata Cinzia Landolina che avrebbe millantato amicizie negli ambienti mafiosi: “Vi concedo solo due giorni di tempo e non vi presentate con i soliti 40 euro”. Alla fine di euro sarebbero riusciti a farsene dare 400 euro. A garanzia dei successivi pagamenti avevano preso l’atto di proprietà di un terreno agricolo.

L'avvocato Riccardo Bellotta

Già davanti al Tribunale del Riesame, che aveva annullato la misura cautelare, era passata la linea dell’avvocato Castronovo, secondo cui non si trattava di un’estorsione. La Corte di appello gli ha dato ragione, derubricando il reato in esercizio arbitrario delle proprie ragioni.

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