PALERMO- Istantanea urbana DPF (Dopo Papa Francesco). Palazzo di giustizia, dalle parti del garage. Un simpatico vecchietto in carrozzina arranca, tra una marmitta e un parafango. Non ci sono varchi. Siccome nel trucido cipiglio di ogni cronista alberga, in fondo, l’anima del boy scout, ecco l’offerta: “Desidera una mano?”. “Anche un piede – risponde lui, con un lodevole senso dell’ironia – devo arrivare in via Volturno. Mi spinge?”. E comincia la traversata nell’orrore. I marciapiedi sono irti di lamiere che non permetterebbero il passaggio di un atleta, figuriamoci di una persona disabile.
Una schiera nutrita di macchine in seconda fila invita al salto in alto, più che alla camminata a piedi. Intorno, un perepepè di clacson e bestemmie da competizione segna la restaurazione dei costumi di sempre. A filo di asfalto, innominabili sozzure circondano il viaggio. Tuttavia, lo scopo viene raggiunto grazie anche al sostegno materiale – duole dirlo – di un parcheggiatore abusivo. L’uomo in sedia a rotelle fa ciao ciao con la manina, sorpreso dall’epilogo felice. L’accompagnatore momentaneo ha un pensiero veloce come una trafittura: eppure qui, qualche giorno fa, c’era Papa Francesco e tutto sembrava diverso.
C’era Papa Francesco a Palermo. E le strade apparivano aggraziate, come se di lì fossero transitati soltanto plotoni di svedesi danzanti, educati in Svizzera, con la musica degli Abba tenuta molto bassa, nell’auricolare, per non arrecare eccessivo disturbo.
C’era Papa Francesco a Palermo. La munnizza era un triste ricordo. L’asfalto si mostrava lindo come la porcellana del servizio buono, situata nello stipite d’ordinanza. I cassonetti odoravano di arbre magique, non già di parfum de merde, negli snodi del corteo papale.
C’era Papa Francesco a Palermo. Con la scomparsa delle autovetture – complice la drastica rimozione dei giorni precedenti – era diminuito di molto, nell’aria, il tasso di litigiosità dei palermitani, oltre all’inquinamento. Nessuno si curnutiava da un finestrino all’altro, minacciando i reciproci figli, nipoti e canarini. Nessuno sgommava uso kartodromo. Nessuno posteggiava in seconda fila, per consumare, nell’adiacente bar, un caffè corretto al minnifuttu. Nessuno si produceva nella taliata assassina, per sfidare il vicino di sportello a singolar tenzone.
C’era Papa Francesco a Palermo e c’era il sole. Poi è arrivata la pioggia a Mondello e nessuno ha potuto più distinguere il mare dalla terraferma.
C’era Papa Francesco a Palermo. E Palermo, così come la conosciamo, non c’era più, scomparsa in un sabato di insolito nitore. Ma poi anche quel sabato è sparito. E Palermo è tornata al suo posto di sempre. Con le sue arroganti macchine a vietare il libero movimento delle persone, specialmente se in carrozzina o in passeggino. Con i suoi spazi maleodoranti. Con la sua violenza. Con la sua maleducazione.
Riecco dunque Palermo consueta e disperata che osserviamo appassire da un abitacolo, ma non ci facciamo caso, presi come siamo dal quotidiano, abituati alla sua triste sorte, alle sue puzze intervallate da essenze di mare. E non bastano una mostra, una fiera, una retorica per riempire la voragine che tutti conoscono a memoria.
Certo, bisognerà pur scriverlo che il re è nudo, che l’ultima sindacatura di Orlando sta mostrando un affanno gravido di comprensibili malumori, se la qualità della vita richiama la crisi che tutti verifichiamo. Bisogna pure riconoscerlo – non per partito, non per appartenenza – che questa è una comunità amministrata a stento e che è troppo facile dare la colpa ai panormosauri in ogni circostanza.
Ma, purtroppo, i panormosauri esistono davvero, non per mitologia, e hanno contribuito a scavare le voragini, gli abissi. Dopo i pontificali e sacri bagliori, hanno ripreso pienamente possesso dell’accampamento, gli ineffabili panormosauri, che sono più diffusi di quanto si creda, sicché vivono pure dentro di noi.
E allora viene il tremendo sospetto – più che il sospetto quasi una tragica certezza – al consolo di una città sporca, brutale, incivile. Viene, appunto, il sospetto che sia così perché la vogliamo così. Perché Palermo ci piace così.

