PALERMO– Ci sono parole d’amore a Brancaccio. Qualcuno le ha scritte. Si legge ‘M+V’, su un muricciolo sbrecciato, l’addizione di due che si sono trovati per diventare uno. E un cuore segnato col gesso intorno, così esplicito che nemmeno fai caso ai materassi abbandonati un po’ più sotto. “La verità è che don Pino ci ha cambiati, ha cambiato tutto – dice Maurizio Artale, presidente del centro ‘Padre nostro’ – e ancora cammina in mezzo a noi”. Sono altre parole d’amore che servono e fanno bene a un’intera città che non sa quasi mai distinguere la speranza che nasce nel perimetro della sua disperazione.
Ventisei anni sono passati da quel 15 settembre, dal colpo di pistola, dal sorriso che precedette la caduta del corpo di un sacerdote per strada. Era imperdonabile il peccato di padre Puglisi: aveva portato quel sorriso, che indossò fino alla fine, dentro l’anima della gente ferita, insegnando che è possibile rinascere contro ogni sopruso. Ma sarebbe sbagliato chiedere: Brancaccio è cambiata? La vera domanda è un’altra: noi siamo cambiati? “Siamo cambiati e tanto”, insiste Artale, che chiacchiera nella sua stanza del centro d’accoglienza. Lui è al suo posto dalla mattina presto, con i volontari sparpagliati di qua e di là per alleviare il disagio di chi bussa. “Certo – dice Maurizio – la via della sensibilizzazione non finisce mai. Vorremmo collaborare di più con la parrocchia, per esempio. Invece, alle volte, ho l’impressione che ognuno proceda un po’ separato”.
Una polemica? “No – precisa Artale – qui siamo tutti dalla stessa parte e perseguiamo obiettivi identici”. E poi srotola il disegno di un progetto ambizioso: la creazione di un’agorà, di una piazza in una distesa adesso patria di erbacce e zanzare. “Col vecchio governo c’eravamo quasi – è il rimpianto – però, abbiamo avuto rassicurazioni e siamo certi che sarà realizzata; Brancaccio avrebbe bisogno di luoghi di aggregazione. Qui manca il lavoro, ma la gente inizia a sentirsi una vera comunità. Tanti si impegnano. Le suore arrivate da un po’ sono encomiabili. Sorella Giuseppina è instancabile nelle visite in famiglia. Noi ci occupiamo di circa settecento persone, le coinvolgiamo, ci prendiamo carico di nuclei familiari e cerchiamo di portare avanti un discorso educativo. Abbiamo messo sugli autobus ragazzi conosciuti e voluti bene da tutti. Così nessuno li vandalizza più”.
In questa mattinata di fine settembre molti bussano per trovare conforto. Sullo scaffale dietro la scrivania del presidente c’è un piccolo veliero di legno costruito e donato da un ex detenuto in segno di gratitudine. Dalle pareti occhieggia don Pino in forma di quadretto, di immaginetta, di ritratto.
Cammini, attraversando uno sparuto gruppo di numeri civici, ed ecco la parrocchia di San Gaetano. Uno striscione con Papa Francesco ricorda la sua visita a Palermo. Il parroco, don Maurizio Francoforte, opera qui da quasi dieci anni. Pure lui risponde alla domanda: “Le cose e gli uomini cambiano – dice – a Brancaccio come nel resto del mondo. Il quartiere ha vissuto e sta vivendo una resurrezione promossa da don Pino e dal suo martirio. Ovviamente, il lavoro che non c’è è la preoccupazione principale, noi cerchiamo di dare una mano, come possiamo. C’è troppa povertà. I matrimoni sono drasticamente diminuiti. Perché? Non ci sono i soldi per il trattenimento, allora si rimanda”.
Nemmeno don Maurizio polemizza. Rivendica, tuttavia, con garbo, una sfumatura: “I rapporti col centro ‘Padre nostro’ sono sereni. Ognuno deve svolgere il proprio compito ed essere complementare. Il nostro è quello di salvaguardare la figura di padre Pino Puglisi a trecentosessanta gradi, nella sua interezza. Il suo miracolo, don Pino, lo ha compiuto nel segno dell’evangelizzazione: una lotta cristiana contro il mostro della mafia. Ha agito da sacerdote, nella piena consapevolezza di esserlo, con il Vangelo in mano. Ecco perché Brancaccio è testimonianza di una storia di redenzione. I giovani hanno ben chiara la sua figura. Purtroppo, talvolta, sono vittime di modelli mediatici sbagliati. Penso a certe fiction che finiscono per esaltare, involontariamente, i mafiosi. Protagonisti negativi, ma sempre protagonisti…”.
Cammini ancora, nel cuore di Brancaccio, tra cuori disegnati col gessetto, persiane cadenti e parole d’amore e di necessità. Si racconta – al centro ‘Padre nostro’ – che qualcuno abbia chiesto caute informazioni ecclesiastiche su ‘3P’: “Ma quand’è che lo fanno santo al parrino, accussì acchianamu tutti…”. Ogni scaglia di bene si rende utile nel campionato dell’indigenza per rosicchiare punti salvezza. Ed è una benedizione una scuola che funziona, perché qui la scuola funziona.
Il professore Vincenzo Guarneri è preside dell’istituto comprensivo ‘Padre Pino Puglisi’, di via Panzera, da poco. “Ho trovato un ambiente in ottime condizioni con un grande lavoro già realizzato. C’è entusiasmo e ci sono professori che sono qui per scelta da anni. Potevano essere trasferiti e hanno deciso di restare”. Ed è lì che si combatte la vera battaglia, tra i banchi. Grazie ai prof e alla loro meravigliosa sensibilità si può vincerla.
“Il miglioramento è evidente – chiosa il preside –. Il sacrificio, le azioni e il coraggio di don Pino non sono stati vani. Rammento il Vangelo e la frase sul chicco di grano che, morendo, dà frutto. Dobbiamo riuscire a coinvolgere di più le famiglie, ma i ragazzi hanno buone occasioni, maggiori opportunità, di studiare, di crescere e di sognare un futuro normale, grazie ai progetti scolastici e all’attenzione delle istituzioni. Ecco, credo che dobbiamo passare da una prospettiva emergenziale a un’ottica di straordinaria ordinarietà. Qui c’è bisogno di normalità”.
Cammini e ritorni, infine, nella cartolina di un giorno afoso di fine settembre. Lo stigma della perdizione e del sangue innocente versato si sta dissolvendo, dentro un orizzonte di speranze che sembrava impensabile. Ventisei anni fa, gli spari e un corpo per terra. Ma qualcuno sta scrivendo parole d’amore a Brancaccio.

