CATANIA- “Se ci saranno i presupposti faremo ricorso in Cassazione”. Così l’avvocato Francesco Marchese, difensore dei familiari di Salvatore La Fata, commenta la sentenza di proscioglimento di ieri del Gup Marina Rizza nei confronti dei due ispettori della Polizia Municipale di Catania, Antonino Raddusa e Giuseppe Tornatore. I due vigili urbani erano imputati per il reato di istigazione al suicidio. Salvatore La Fata morì il 30 settembre 2014, dieci giorni prima si era dato fuoco a seguito di un controllo del reparto annona della Municipale nella sua postazione di vendita abusivo. La Fata vendeva ortaggi in piazza Risorgimento: un modo per sbarcare il lunario, visto che da due anni non aveva un lavoro stabile.
Il Gup Marina Rizza non ha ritenuto che l’apparato indiziario portato dalla Procura fosse “sufficiente” per affrontare un processo. Si potranno comprendere meglio le motivazioni solo alla lettura della sentenza. Al centro delle contestazioni una frase che sarebbe stata pronunciata dai due vigili urbani dopo che La Fata, opponendosi al sequestro della merce, avrebbe minacciato di darsi fuoco. “Se devi farlo, spostati più in là”- avrebbero detto. Una correlazione che non “proverebbe” l’istigazione al suicidio secondo i due difensori, gli avvocati Salvatore Verzì e Pietro Marino. Dalla lettura delle motivazionim che saranno depositate tra 30 giorni, il legale della famiglia La Fata valuterà se ricorrere in Cassazione.

