CATANIA – Si chiude il secondo capitolo della vicenda giudiziaria dell’imponente cattedrale di cemento abbandonato costruita al posto dell’ex Mulino Santa Lucia. La Corte d’Appello (tra prescrizione e decessi di alcuni degli imputati) ha prosciolto i vertici della società del gruppo Caltagirone “Acqua Pia Antica Marcia”, protagonista della realizzazione del megacentro direzionale che sorge nei pressi di piazza Alcalà a Catania. La sentenza ha confermato il reato di assoluzione per abuso d’uffico ed ha riformato la sentenza relativamente alla lottizzazione abusiva.
Nel dettaglio la Corte d’Appello ha dichiarato il non doversi procedere nei confronti di Vito Pladino, all’epoca funzionario dell’ufficio Edilizia del Comune, e Giovanni Beneduci, manager Italgestioni, per estinzione del reato per l’avvenuta morte dei due, mentre è intervenuta la prescrizione per Giovanni Cervi (amministratore Grand Hotel Bellini srl) e Mario Arena (ex componente della Commissione urbanistica). Confermata l’assoluzione di primo grado per Maurizio Pennesi.
L’INDAGINE – Le indagini, coordinate dal pm Antonino Fanara e Andrea Ursino, avevano portato al sequestro dell’opera nel marzo del 2009. Per la Procura e per gli inquirenti del Corpo forestale, le società di costruzione “dopo aver acquistato vari fabbricati hanno posto in essere, in violazione della legge, la ristrutturazione urbanistica di un intero isolato, demolendo i precedenti fabbricati che, nel secolo scorso, avevano una destinazione industriale, per costruire una serie di edifici, collegati tra loro, ad uso negozi, uffici e centro direzionale”. E’ il 2004 quando “Acqua Pia Marcia” entra nell’affare di ristrutturazione degli immobili siti in via Mulini Santa Lucia. Cervi riesce ad ottenere la concessione dal Comune per un progetto che rientra in un’ottica di “demolizione e ricostruzione” del sito. Informa poi l’amministrazione comunale di voler procedere all’inizio dei lavori avvalendosi della disciplina del silenzio assenso”. Secondo i Pm, che parlarono di “lottizzazione abusiva”, l’opera sarebbe stata realizzata in un’area che, ai sensi del PRG del 1969, doveva ospitare una sede stradale. Lo stesso strumento urbanistico, oltretutto, non avrebbe permesso alcun cambio di destinazione. Ma per i legali degli ex amministratori delle società non vi sarebbe stata alcun cambio di destinazione d’uso.

