Addio a Gigi Petyx, l'uomo che parlava con le fotografie

Addio a Gigi Petyx, l’uomo che parlava con le fotografie

Il ricordo di un grande protagonista, oggi scomparso.
LA SCOMPARSA
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“Puglì, sei il cronista degli ultimi. Quando ci diventi cronista dei penultimi, accussì acchianamu”. E Gigi Petyx rideva, con quella sua faccia da pesce felice che, per una volta, ha preso il pescatore all’amo. Rideva e ti guardava con il suo sguardo di bambino, con la sua faccia da uomo che parlava attraverso le fotografie, più che con la bocca. Io, per esempio, capivo sempre metà delle cose che diceva, perché il resto si perdeva in un ripido succedersi di parole che, spesso, risultava incomprensibile. E’ che Gigi andava velocissimo. E poi ti scrutava per capire se avevi capito. E rideva ancora, inarcando baffi e labbra. Così lo immaginiamo, nell’ora della sua morte. Che ride.

Ma le sue fotografie parlano con calma, profondità e verità. Perché Gigi Petyx era un fuoriclasse. Anche suo figlio, Igor, lo è. Ed era umile, Gigi (come suo figlio). Nel tempo breve della cronaca – in quello spazio sempre più ridotto – riusciva a stampare foto che spiegavano già tutto. E capitava di restarci male: se questo qui scatta – era il pensiero – non c’è più bisogno dell’articolo. Le immagini della ditta Petyx: che meraviglia. Perfino nel mutare di usi, cronaca e costumi conservano un odore che arriva agli occhi. Ti portano talmente dentro la scena che il naso non resta indifferente.

Era buonissimo, Gigi e ha passato pure questo a Igor. Non era disarmato, ma aveva un candore di fondo. Nonostante avesse fotografato tutto il brutto di questo mondo, con il sangue della mafia nell’epicentro, era rimasto innocente. E amava scherzare, come quando un grande poliziotto, in anni di ammazzatine, gli aveva chiesto il rullino di alcuni scatti ‘proibiti’, che lui, da cronista scafato, era riuscito a cambiare e conservare, per porgerne uno immacolato. “Duttù – fu la risposta – eccolo”. Sghignazzata generale e il commento: “U’ capistivu, picciotti. Stu cuinnutu scanciò u’ rullinu”.

Ci ha cresciuti a pane e cronaca. Ci ha accompagnati, mentre eravamo alle prime armi, lungo sentieri non semplici. E senza mai atteggiarsi, senza mai prendere il cappello rosso: e avrebbe potuto concederselo da quel maestro che era. Era uno che aveva un misurino uguale d’amore per ogni scatto: magari un foglio di carta per terra. Lo abbiamo visto piangere, davanti a lutti altrui inenarrabili, di nascosto, celando le lacrime con i baffi. “Puglì, allora, quando la smetti di essere il cronista degli ultimi”. Mai, Gigi. L’ultimo è sempre qualcuno a cui vuoi bene. Qualcuno che saluta con dolcezza ed entra in una foto, per l’eternità. (Roberto Puglisi)


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