PALERMO – All’Ars si muoveva con la sicurezza del direttore d’orchestra. Quando mancava da Palazzo dei Normanni, e in tempi recenti dovette assentarsi per un po’ per ragioni di salute, la maggioranza se ne accorgeva, eccome. Propro com’è se n’è accorta dal 28 marzo scorso , quando un malore improvviso lo colpì a casa sua. Perché Lino Leanza sapeva muoversi tra i banchi di Sala d’Ercole come nessuno. Gli piaceva, come gli piaceva il contatto con la gente, con i territori, diceva lui. Andare nei comuni, stringere mani, parlare con chi incontrava. Vecchia scuola democristiana, coniugata con un fiuto politico di razza. Intelligente, ironico, infaticabile tessitore di trame, aveva attraversato ere diverse e sempre da protagonista.
Il politico di Maletto era arrivato all’Ars col Ccd, dopo il disfacimento della Balena bianca. Al seguito di Raffaele Lombardo era poi uscito dalla famiglia postdemocrtisiana per fondare il Movimento dell’autonomia, di cui fu eterno numero due al fianco del politico di Grammichele. Leanza era l’alter ego che completava Lombardo: freddo, calcolatore, tattico implacabile il futuro governatore, più caldo e sorridente il suo numero due. Che, dopo un breve passaggio a Montecitorio, tornò in Sicilia da deputato regionale e da assessore ai Beni culturali di Totò Cuffaro. Di quella giunta Leanza fu vicepresidente e dovette svolgere le funzioni di governatore dopo le traumatiche dimissioni del politico di Raffadali travolto dalla condanna di primo grado e soprattutto dalla famosa foto dei cannoli.
Superata l’era Cuffaro da presidente della Regione facente funzioni, per Leanza si aprì la stagione autonomista di Raffaele Lombardo. Un altro ruolo di primissimo piano per il politico catanese, che lavora a strutturare il partito da segretario. Fa l’assessore regionale altre due volte, Beni culturali e Lavoro. Poi qualcosa con il compagno di viaggio Raffaele si rompe. Cominciano le prime uscite critiche. Fino ad arrivare al clamoroso divorzio, nel 2012 col passaggio all’Udc. “E’ stato difficilissimo prendere questa decisione. Per favore, aspetta l’inizio della seduta d’Aula prima di scriverlo”, mi chiese quel giorno, emozionato. Ci accordammo per un’ora prima.
Per (ri)accoglierlo nella famiglia dello Scudo crociato si muove Pierferdinando Casini in persona, che scende a Catania per un’affollatissima convention alle Ciminiere. Lì, un raggiante Leanza (“Questa è gente vera, non li ha portati nessun pullman”, ripeteva soddisfatto quel giorno) federa il suo movimento Articolo 4 all’Udc. Un matrimonio che non durerà molto, giusto il tempo di contribuire all’exploit elettorale del partito di Casini e D’Alia alle Regionali.
Anche l’Udc sta stretto a Leanza, irrequieto come è diventata la politica attorno a lui, quella in cui i partiti hanno perso peso e identità. Per lui è arrivato il momento di mettersi in proprio, di lanciare l’avventura di un partito “suo”. Articolo 4 si pesa subito alle comunali di Catania, e vola. Alle Europee centra il risultato clamoroso dell’elezione di Michela Giuffrida nella lista del Pd. Quella domenica a tarda sera, prima dell’inizio dello spoglio Leanza si fa sentire al telefono: “Domani vedrai che noi saremo la sorpresa”, profetizza. Ci azzecca, oltre ogni previsione.
All’Ars i deputati si mettono in fila per aderire al nuovo gruppo. Diventano un po’ troppi, forse, tanto che alla fine, è lo stesso Leanza a togliere il disturbo, lasciando nome e ditta ai giovani Sammartino e Sudano. “Io voglio continuare a fare politica non perdere tempo con le scartoffie, e questioni sul simbolo e altro, preferisco lasciare tutto quello che abbiamo fatto, persino il brand a coloro che resteranno”, spiega a Livesicilia. Lui, che ha avuto il tempo di piazzare nel Crocetta ter l’avvocato Nino Caleca, non perde un attimo e fonda Sicilia democratica. “Qui c’è gente che vuole parlare di cose concrete: i precari, l’acqua, i rifiuti, l’immigrazione… Quello a cui questa politica non dà risposte”, ripeteva in ogni conversazione. Un movimento vicino al Pd e al centrosinistra, ironia della sorte, proprio per lui che nel vecchio Mpa rappresentava l’ala più di centrodestra contrapposta a quella “progressista” che guardava ai democratici capeggiata dall’altro colonnello di Lombardo, Giovanni Pistorio. Ma Lino Leanza era anche questo: un politico capace di capire prima degli altri quando un’era stava per chiudersi e un’altra si stava aprendo. Un politico che si ostinava a richiamare l’attenzione del dibattuto sui temi concreti, quelli lontani dalla politica politicante. E che però nella politica politicante era abile come pochi. Quando a Sala d’Ercole si arrivava a un passaggio delicato e si finiva al voto segreto, più di una volta chi scrive è stato testimone dei suoi pronostici, non solo sull’esito del voto ma sul numero esatto dei sì. Ci prendeva sempre.
Due mesi fa il malore e il ricovero d’urgenza in ospedale a Catania. L’altroieri, il drammatico aggravamento. Oggi l’uscita di scena di uno dei non numerosi politici siciliani di razza.

