Nel pozzo di inconsapevolezza, in cui il nostro tempo rischia di precipitare, l’unica fiammella di speranza per restituire prospettiva al divenire storico rimane il vizio della memoria, non per rintracciare, corrivamente, i segni rivelatori del presente, bensì per comprendere in che modo esso si riveli nei segni distintivi e profondi recati dalle circostanze e dai protagonisti del passato.
Tra quest’ultimi, un ruolo di rilievo vi ebbe – negli anni in cui prendeva forma un Paese totalmente nuovo, esito dell’epica fase risorgimentale – Alfonso Giarrizzo, di cui Luigi Varsalona ci restituisce un profilo biografico (Alfonso Giarrizzo. Un patriota intellettuale siciliano del Risorgimento, Carlo Saladino editore) assai accurato, grazie anche all’utilizzo di una gran messe di scritti e documenti ad opera dello stesso Giarrizzo.
Egli fu una figura finora minore, ma non per questo meno emblematica di quella temperie culturale e politica che ebbe l’abbrivio con la nascita dell’Italia unita. Un Paese nel quale lo iato tra le aspettative, proclamate, e il disincanto, cocente, di quel processo costituente aveva innescato, negli anni, uno stato d’animo di disagio che si era insinuato in tutti coloro che, a fronte degli arditi ideali risorgimentali vagheggiati, si trovava ad amareggiarsi alle molto più concretamente prosaiche realizzazioni del nuovo Stato.
Giarrizzo, nato nel 1840 a Mazzarino, in provincia di Caltanissetta, studia presso l’ordine domenicano come novizio, dove probabilmente lo coglierà, nel maggio 1860, la notizia dello sbarco garibaldino a Salemi e della tumultuosa avanzata, lungo la Penisola, delle camice rosse. Non sappiamo se quell’evento epocale sia stata la causa scatenante della sua rinunzia al sacerdozio, è tuttavia probabile che a quell’epoca fosse già all’opera, sebbene a tutt’oggi se ne disconoscano le intime motivazioni, il tarlo del dubbio che lo condurrà nel dicembre 1867 a palesare manifestamente, nella lettera aperta a Pio IX, la completa presa di distanza, anche emotiva, dalla dottrina cattolica e dal suo massimo interprete, vale a dire il Papa. In ogni caso, fu una maturazione graduale ma progressiva, quella di Giarrizzo, alla luce delle tesi esposte nella sua opera prima, pubblicata appena ventunenne, Il Genio del progresso politico in Italia.
Nel libro Giarrizzo, ancora imbevuto della sua fede cattolica, prova a rendere leggibile il divenire della Storia – il cui epifenomeno, nell’Italia a lui coeva, si rivelò essere il prodigioso compimento dell’Unificazione – attraverso, l’esplicarsi di una Provvidenza che se lega in un inscindibile binomio Religione e Libertà, se ne arroga tuttavia il disegno, poiché “rispetto alle proprie opere – osserva Giarrizzo – l’uomo è come se ci mettesse la materia, il mezzo, mentre la Provvidenza vi ha messo l’idea, il fine”. Tuttavia la profonda crisi dottrinale, allontanando per sempre Giarrizzo dalla professione della fede cattolica, lo proietterà nella sfera materiale del bisogno e della necessità, affannandone i pensieri per la direzione sempre più codina impressa dalla monarchia sabauda alla conduzione politica e sociale del Regno.
Una posizione politica, quella di Giarrizzo, che si muove, sì, in uno scenario nazionale, che ne farà uno dei collaboratori di Mazzini – raggiungendolo a Londra, da cui nel 1866 tornerà in Italia per arruolarsi volontario al seguito delle truppe garibaldine impegnate nella sfortunata Terza Guerra d’Indipendenza – e che purtuttavia rappresenta il simbolo di una generazione di siciliani che si sentono traditi da uno Stato unitario che, nei fatti, si rivela nell’Isola autoritario e socialmente retrivo. Del resto, ancora nel 1873, Giarrizzo non esiterà a denunciare dalle colonne del periodico La Trasformazione che egli aveva fondato nel 1871 a Messina “Ecco lo stato della Sicilia. E potete dire a chi vi muor di fame e spira dagli occhi una giusta indignazione – aspetta, va; incolla sulle tue spalle il sacco a pane della pazienza: noi discutiamo sul tuo avvenire?”.
L’opposizione alla monarchia sabauda di Giarrizzo, a cui egli aveva mortificato le proprie aspettative economiche e di carriera al servizio della causa mazziniana per la nascita di una Repubblica italiana, risentirà tuttavia ancora di quell’aurea di carbonarismo sulla quale era stata organizzata l’opposizione ai Borboni. Etichettato oramai dalle autorità come eversivo, l’ex novizio trascorrerà gli anni dal 1871 al 1873 alla direzione de La Trasformazione, con la chiusura delle cui pubblicazioni, le notizie su Giarrizzo diventeranno sempre più frammentarie.
Sembra che egli fosse divenuto il segretario di uno dei figli di Garibaldi, Menotti, ancorché più documentata appare la collaborazione stretta con un deputato democratico, il catanese Martino Speciale, così come peraltro comproverebbe l’attestazione della qualifica di scrivano straordinario presso la Camera risultante dal certificato di morte, avvenuta nell’aprile 1882, dopo alcuni anni trascorsi tarlato dal parkinson.
La parabola umana di Giarrizzo volta al termine, lasciava labili tracce di sé nella storiografia dei primi vent’anni dello Stato unitario che soltanto l’amorevole cura di Luigi Varsalona, ci ha oggi restituito con il ritratto di un uomo consumatosi per una causa – quella di un’Italia repubblicana da rinnovare economicamente e socialmente sin dalle fondamenta – votata, tuttavia, all’inanità politica.
Eppure per Giarrizzo, uomo di rigore morale e di inscalfibile coerenza, quel mito politico diverrà, nel corso della sua vita, un luminosissimo pungolo per la realtà. Anche quando può riservare un destino inevitabile e tragico.

