Caro Presidente Mattarella, non possiamo crederci.
La domanda era: perché Angelino Alfano ha mantenuto la poltrona, a dispetto dei suoi fallimenti, transitando dalle macerie del ministero dell’Interno – da lui stesso approfondite – alla ribalta degli Esteri: per meglio devastare? Una risposta non inverosimile è stata fornita dall’agghiacciante ricostruzione de ‘Il Giornale’.
Scrive Laura Cesaretti: “Né il premier incaricato, Paolo Gentiloni, né quello uscente, Matteo Renzi, lo volevano. E, allora, chi ha voce in capitolo, quando si tratta di scelta e nomina dei ministri? Costituzione alla mano, il Presidente della Repubblica. E cosa avrebbe convinto Sergio Mattarella a sostenere l’appassionata candidatura di Alfano agli Esteri? Una promessa: quella di adoperarsi per sventare ogni tentativo di andare al voto presto, obiettivo che – temono dalle parti del Colle – potrebbe essere perseguito da Matteo Renzi”.
Angelino, dunque, sarebbe stato sistemato lì, con un – dal medesimo agognato – cambio di poltrona e con una consegna precisa. L’ordine di non muoversi e di vigilare su improvvisi soprassalti di democrazia diretta. Votare? Cose di pazzi.
Caro Presidente, non possiamo crederci. Non possiamo credere a ciò che abbiamo letto, per la stima e l’affetto che nutriamo per Sergio Mattarella – un potente che non ha dimenticato decoro e umanità – e per la carica saldata alla dignità dell’uomo che la porta come un sacramento laico; una corona di spine più che uno scettro.
Ora, non le chiediamo certo una smentita ufficiale, non ci permetteremmo mai, per rispetto dell’augusto ruolo. Ma un breve sussurro, un segno di distacco, quello sì. Anche dissimulato. Anche occulto.
Per esempio, Presidente Mattarella, potrebbe tornare nella sua Palermo e imbucare – dopo avere avvertito fotografi e cronisti – una ‘raccomandata’ alle Poste. Oppure: una bella passeggiata romana con un esemplare delle famose antilopi del Kazakistan – ricordate il caso Shalabayeva? – al guinzaglio. Non è un animaletto da compagnia facilmente reperibile, ma questa – come quell’altra – sarebbe una metafora più che sufficiente, in satira e sostanza…
Ecco, Presidente. Un segno piccolo piccolo, perfino un segnetto, andrebbe bene. Tutto. Pur di non aggiungere al fragore della sciagura, l’irridente risolino della beffa.

