PALERMO- Antonio Taibi era uno dei ragazzi di piazza Europa, figlio di una famiglia generosa e buona. Per chi non lo sapesse, quando i luoghi delle città erano comunità, con i propri segni distintivi e ineguagliabili, piazza Europa era una enclave di ragazzi scarmigliati, che ruotavano intorno a un campo di pallone – lì dove poi sarebbe sorta una chiesa -, belle bambine che sarebbero diventate bellissime donne, né poteva mancare la mascotte: il cane Tuffù, cucciolone dal pelo nero che fungeva da locale Rin Tin Tin.
Antonio era già allora un carabiniere, anche a quattordici anni, perché possedeva un prezioso sentimento della giustizia e in nome di quello sapeva riconoscere gli errori, soprattutto i suoi.
Le giornate, in quel piccolo mondo, si scioglievano nel fuoco alto dell’adolescenza, con la rassicurante presenza di figure inamovibili che rappresentavano i punti saldi del quartiere. C’era il professore di latino, severo di corteccia e di pasta tenera, il barbiere con pochi capelli, ma dalla forbice provetta, il panettiere, la macelleria, il parroco, il portiere di palazzo con la passione della schedina…
E c’era Antonio che vegliava e proteggeva soprattutto i ragazzi più minuti, perché lui era fatto così: un po’ cavaliere senza macchia e senza paura, un po’ carabiniere di zona ante litteram, senza mai abbandonare il senso del giusto. Fu proprio lui a salvarmi il giorno in cui – mentre rientravo a casa, nella mia casa di piazza Europa 13 – un branco di ragazzini dell’altrove uscì da un cespuglio per derubarmi e picchiarmi. Li mandò via con quattro pedate. Diventammo amici, Antonio e io. Lui continuò a proteggere me e gli altri con la grazia di un Superman in servizio permanente effettivo.
E adesso mi dispiace, dolce amico mio, di averti detto grazie troppe poche volte. Perché ero sicuro che ci saremmo rincontrati, che ci saremmo riabbracciati a piazza Europa, prima o poi.

