Beni culturali, l'Addaura | patrimonio dell'umanità

Beni culturali, l’Addaura | patrimonio dell’umanità

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L'idea del comitato.

La proposta
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2 min di lettura

PALERMO– I beni culturali di Palermo continuano a far parlare di sé e proporre “le grotte dell’Addaura e il complesso delle grotte di Monte Pellegrino, compresa la grotta di Santa Rosalia, come patrimonio dell’umanità dell’Unesco” ne è una nuova dimostrazione. L’idea è stata lanciata in occasione dell’incontro Il caso delle grotte dell’Addaura, tenutosi ieri pomeriggio presso il Palazzo Sant’Elia di Palermo, e organizzato dal Comitato Salviamo l’Addaura, dalla Fondazione Curella, e in collaborazione con il Comune e la Settimana delle Culture.

Gli organizzatori dell’incontro hanno così spiegato la motivazione dell’iniziativa: “Si tratta di un sito dalla grandissima importanza naturalistica e storico-culturale, per la peculiarità delle preziose testimonianze dell’età preistorica che si trovano al loro interno per cui riteniamo che l’inserimento nella lista dei beni patrimonio dell’umanità possa essere un modo per valorizzare e mostrare questi gioielli al mondo, proprio come sta avvenendo con i luoghi di Palermo inseriti nell’itinerario arabo-normanno. Chiaramente, prioritaria è la messa in sicurezza dell’area di Monte Pellegrino e la tutela di questo sito, su cui si sta lavorando, per restituirlo alla piena fruibilità”.

All’evento hanno anche preso parte diversi studiosi e tecnici per discutere i temi connessi all’agibilità dell’area di Monte Pellegrino e delle condizioni di fruibilità e accesso alle grotte dell’Addaura, ove ancora oggi persistono dei preziosi graffiti, testimonianze dell’età preistorica. Il patron dell’iniziativa con l’associazione Salviamo l’Addaura e la Fondazione Curella, Pietro Busetta, ha inoltre aggiunto: “Il contributo dei cittadini è fondamentale per valorizzare il territorio. Finora abbiamo guardato molto alla conservazione, adesso bisogna mettere l’accento sulla fruizione. Altrove con beni culturali molto minori riescono ad attirare un numero di visitatori di gran lunga più consistente di quanto non facciamo noi. E allora utilizziamo i nostri beni, insieme alle caratteristiche climatiche delle nostre zone, per diventare attrattivi per i milioni di europei che vogliono conoscere le nostre realtà”.

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