Stragi, il ruolo di Nitto - Live Sicilia

Capaci, il ruolo di Nitto e l’artificiere Pietro Rampulla

Le responsabilità del boss Benedetto Santapaola nella decisione di uccidere Giovanni Falcone.
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CATANIA – Nitto Santapaola, capo incontrastato della Cosa nostra catanese, non avrebbe voluto il clamore delle Stragi. Avrebbe voluto, invece, differire il più possibile gli omicidi eccellenti del 1992. Forse lo ha fatto presente anche a chi di dovere, Totò Riina. Ma non ha fatto nulla per impedire la doppia mattanza di quell’anno. Anzi. La decisione di uccidere il giudice Giovanni Falcone viene da molto lontano, dal 1984 (se non prima), quando lui era ormai il dominus mafioso sotto il Vulcano e membro di quella particolare élite chiamata Cupola regionale. Un uomo di vertice, la cui ascesa criminale va a braccetto con quella dei Corleonesi. In quanto uomo di vertice, è stato infatti condannato per due volte all’ergastolo, per Capaci e per via D’Amelio. In entrambi i casi, però, la Corte di Cassazione ha dovuto ragionare in punta di diritto sul suo caso, facendo tesoro del cosiddetto Teorema Buscetta. Ovvero, la dottrina della piena condivisione dei delitti eccellenti, perché “corrispondenti alla realizzazione ed alla tutela degli interessi esistenziali (essenziali e premianti) dell’organizzazione”. 

La decisione collegiale 

I processi ci dicono che la Cupola regionale, nel suo plenum, non si riunì mai per deliberare. Ciò nonostante, quella decisione fu collegiale. Dopo il pentimento di Buscetta, Riina fu molto attento a ridurre quelle situazioni dove tutti sapessero contemporaneamente tutto sull’agenda dell’organizzazione. Tuttavia, fece in modo che tutti i vertici conoscessero quali fossero le intenzioni operative. Incontrando non più di quattro o cinque capi mandamento (o capi delle province) alla volta. Dall’autunno del 1991, i vertici di Cosa nostra entrano in fibrillazione. Gli incontri si susseguono. Poi arriva, a fine gennaio, la sentenza della Cassazione che conferma le condanne del Maxiprocesso. Totò Riina vuole punire quei vertici che non sono riusciti a raddrizzare politicamente il verdetto di Palermo. La morte dell’eurodeputato Dc Salvo Lima è un segnale al partito-Stato che da quasi cinquant’anni regge le sorti della nazione. 

Giovanni Falcone, che intanto ha stretto un’alleanza strategica di ferro con il guardasigilli, il socialista Claudio Martelli, è da tempo un uomo morto che cammina. Manca solo la decisione sul quando e come. Nel febbraio del 1992, Totò Riina è in provincia di Enna per consultare gli altri leader siciliani.

Alla riunione partecipano anche Bernardo Provenzano, Giuseppe Madonia, Salvatore Saitta, Nitto Santapaola ed Angelo Barbero. Si parla della necessità di “fare guerra allo Stato per poi fare pace”. Il capo dei catanesi, convinto della cosiddetta strategia dell’inabissamento, del non ingaggio con le istituzioni, soffre “l’esuberanza” dei corleonesi. Ma non riesce a fermarli. E si adatta. 

Pietro Rampulla 

Nel caso specifico di Capaci, c’è però un dettaglio che per i giudici vale come un placet sostanziale che supera ogni altra presunta ritrosia. Tra gli artificieri di Capaci c’è anche Pietro Rampulla. Un mafioso con simpatie per l’estrema destra, boss della famiglia di Mistretta, nel Messinese, e – in quel momento – affiliato della famiglia di Caltagirone, in pieno territorio di Nitto Santapaola. Dalle sentenze emerge come, anzi, gli interessi dei due, il più delle volte, convergessero in un’unica direzione criminale. Cosa nostra è una organizzazione brutalmente seria, con regole precise e liturgie collaudate. Impossibile che, in una operazione tanto delicata quale è una strage, un soldato di quel calibro possa essere stato aggregato alle operazioni in contrasto con il suo diretto superiore. Infatti i giudici non hanno neanche preso in considerazione un’opzione simile. Benché i catanesi abbiano spesso dimostrato un’organizzazione a maglie ben più larghe rispetto a quanto si pretendeva a Palermo, un’anarchia così ampia mai avrebbe potuto prendere forma. Se Rampulla ha confezionato il tritolo di Capaci è perché Nitto lo ha voluto. Nei tre gradi di giudizio, i giudici non hanno avuto dubbi in tal senso. 


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