Giuseppe, le lacrime di un padre | Qualcuno ascolti il suo dolore

Giuseppe, le lacrime di un padre | Qualcuno ascolti il suo dolore

Giuseppe, le lacrime di un padre | Qualcuno ascolti il suo dolore

La tragedia di Casteldaccia, lo strazio delle vittime e la politica sorda. Oggi i funerali.

LA TRAGEDIA DI CASTELDACCIA
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Lui è l’uomo che non vorremmo mai essere in cima a una vita travolta dalla piena della devastazione. Fino alla pioggia che ha decretato la condanna a morte della felicità, Giuseppe Giordano era, forse, come noi: guardava le vicende degli altri da un oblò, al riparo di una sicurezza che anche lui – proprio come noi – considerava irrevocabile. E’ così semplice l’illusione di credersi immortali. Ma basta una notte per spezzare gli argini della tana familiare che avevamo faticosamente edificato, credendoci in salvo per sempre.

Giuseppe è uno dei reduci della tragedia di Casteldaccia, ne è diventato l’involontaria icona. Ha perso moglie, figli e tanto altro. Abbiamo visto e rivisto la sua testimonianza, il suo pianto, il racconto di chi è rimasto aggrappato a un albero mentre, intorno, i volti e le cose si dissolvevano. Ed è – quest’uomo che non vorremmo mai essere per cui nutriamo un affetto fraterno – un esempio che reca con sé l’esperienza del dolore nella sua purezza più atroce, qualcosa che reclama ascolto e dignità. Eppure non è accaduto.

La politica, per esempio, si è dimostrata ancora una volta sorda, incapace di abbracciare le persone, di sintonizzarsi con i cuori straziati, con gli sguardi che attendono sollievo, ma capacissima di dichiararsi guerra, tra le opposte fazioni, in nome del consenso. C’è stata la consueta corsa al comunicato di prammatica che solidarizza, auspica e ammonisce, quando sarebbe stato più gradito un riserbo all’altezza del disastro che ha colpito la Sicilia. C’è stato l’immancabile affondo di chi ha colto l’occasione per presentarsi alla stregua di un rivoluzionario in sedicesimi, atterrato in una terra sottosviluppata, dopo anni di ‘malgoverno’, non sottraendosi alla tentazione della propaganda, nonostante l’enormità del lutto.

C’è stata la polemica protocollare tra Palazzo d’Orleans e Palazzo Chigi, con la deduzione di note e contronote, che ha coinvolto il premier Giuseppe Conte e il presidente della Regione Nello Musumeci. E ce la saremmo volentieri risparmiata. C’è stata, insomma, la rappresentazione perfetta di una lontananza, senza distinzioni, di una aristocrazia che non è riuscita a dare un’immagine uniforme di commossa sobrietà nemmeno al cospetto di ciò che è accaduto.

E c’è stato il tribunale dei social che ha pontificato, sentenziato e mandato al rogo, senza neanche darsi la parvenza della solidarietà, senza nemmeno concedersi un tempo minimo di cordoglio.

Se le responsabilità che già appaiono in calce alla tragedia di Casteldaccia verranno verificate nei luoghi deputati, nessuna indulgenza sarà consentita e non sarà lecito coprire con la noncuranza eventuali colpe delle istituzioni. Tuttavia, come risulta irrispettoso il chiacchiericcio del web che mette insieme i vivi e i morti, giudicando, senza appello, con la sua inconcludente crudeltà. Ci sono forche virtuali, travasi di rabbia che hanno il colore della bile, non la trasparenza dell’ira sacrosanta di chi reclama giustizia. Ci sono anime sfaccendate che socchiudono l’oblò delle loro certezze e lasciano cadere folgori irrevocabili. Ci sono spiriti spenti che si accendono soltanto alla ricerca del dettaglio morboso, del capro espiatorio, che frugano nelle cose private per appendere le esistenze in piazza. Ma quanta pena provoca un contesto in cui tutto viene pronunciato prima che sia stato pensato o avvertito.

Allora forse dovremmo fermarci e ascoltare il pianto di Giuseppe Giordano che ha perso tutto in una notte e dei suoi fratelli di pena, adesso, nel giorno dei funerali, nella cerimonia dell’addio. Fermarci e basta. Forse questo è il momento per abbracciare l’uomo che non vorremmo mai essere, in un silenzio che non è reticenza, perché reca con sé il dolore, quel sentimento profondo di umanità che abbiamo dimenticato. Ma chi dimentica il dolore oggi, non rintraccerà la speranza. Domani, quando tornerà il sole.

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