"C'è molto da lavorare" - Live Sicilia

“C’è molto da lavorare”

Il provveditore di Palermo
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“C’è molto da lavorare, questo è certo”. Parola del provveditore agli Studi di Palermo Rosario Leone. Specie a Palermo, che nell’ambito scuola è “la quarta città in Italia, per numeri e complessità” dice. Una riforma comunque dovuta quella del ministro Gelmini, che per Leone altrimenti “non si sarebbe mai avviata”. In Sicilia però i tagli hanno inciso ancora di più, qui, dove “gli enti locali – dice Leone – sono praticamente assenti”.

Tagli al personale. Tagli alle ore di scuola.
“Iniziamo dalle primarie. Con la riforma del 1985 si è introdotto il cosiddetto modulo: tre insegnanti ogni due classi. Poi il ministro Moratti ha istituito la figura del maestro prevalente, le compresenze molto diminuite, riducendo il tempo scuola. E nel mondo ci sono luoghi in cui questa figura funziona. Passiamo alla secondaria: l’introduzione delle quaranta ore ha portato ad una riduzione sistematica di minuti per ora. Non si può stare 40 ore a scuola se gli enti locali non supportano servizi come la mensa o l’attività fisica. Con tutte le critiche che si possono fare più di un tot di ore non si può far stare i ragazzi a scuola”.

Ma tutto ciò ha portato anche al sovraffollamento delle classi. E quindi una diminuzione della qualità della didattica.
“Non c’è un dislivello così alto. In classi in cui ce ne dovrebbero stare 18 ce ne stanno 22-23. Il punto è che si parte da un’edilizia impropria, dove il numero degli alunni è in eccesso rispetto alle normative di sicurezza. E qui rispondono gli enti locali. Le organizzazioni sindacali, poi, hanno impedito di accorpare classi terminali in cui stanno anche solo 10 alunni, con classi di 27 studenti. Questi sprechi noi non ce li possiamo permettere”.

Neanche gli insegnanti di sostegno sono stati risparmiati.
“Abbiamo il numero maggiore di insegnanti di sostegno d’Italia. Il rapporto è 1 a 1,7. Il problema è che per gli studenti disabili non viene chiesto l’insegnante di sostegno ma assistenti specializzati. Con gli alunni psicotici per esempio, occorre l’assistente specializzato. Poi l’insegnante di sostegno dovrebbe favorire l’integrazione. E non deve esserci sempre. A Pisa ci sono 400 insegnanti di sostegno e 400 assistenti messi li dagli enti locali. Assistenti che i bambini se li vanno anche a prendere a casa la mattina”.

Per quanto riguarda i collaboratori scolastici e il personale amministrativo?
“Sono tagli avvenuti in tutta Italia ma che qua si sono sofferti ancora di più. E’ arrivata una sentenza della Cassazione che parla di circa 400 unità, che hanno dichiarato di essere assistenti tecnici senza requisiti. E’ un processo iniziato nel 2000 e proprio quest’anno è giunto al termine. Il problema del personale amministrativo è un problema ridotto. Occorre però una formazione più puntuale e più integrata, anche sulle competenze informatiche. E una ridistribuzione più equa del personale, che però non è di mia competenza. Quando il ministero me lo concederà…”.

La diminuzione del numero dei docenti deriva anche dai tagli all’offerta formativa. Ci sono studenti che però hanno perso materie di indirizzo.
“Per gli innumerevoli corsi era necessaria una razionalizzazione. E’ possibile che in una modifica così sostanziale ci sia qualche discrasia, che si va a sistemare nel tempo. La riforma andava fatta, ed è stata fatta in tempi forse troppo rapidi. Ma altrimenti non sarebbe mai stata avviata. Tutta la scuola è retta da un apparato statale, è l’unica al mondo. Qualsiasi riforma ha effetti che possono piacere o che non possono piacere”.

Ma non quando gli effetti sono così pesanti.
“Il problema è che al Sud gli enti locali sono inesistenti. Poniamo il problema del tempo pieno. A Milano il 94% delle scuole ce l’ha. A Palermo il 3 per cento. Questo perché gli enti locali non danno i supporti, poiché non ci sono le risorse finanziarie; poi perché il tempo pieno qui non lo vogliono. L’ultima volta che lo volevamo istituire, le associazioni dei familiari hanno fatto la guerra. Se ai genitori fosse stato insegnato il valore della scuola, forse non accetterebbero che il proprio figlio, uscito dalle medie, possa aver studiato circa due anni in meno rispetto a uno del Nord”.

Su cosa punterebbe lei, quindi?
“A formare gli insegnanti. Nell’uso dell’inglese e delle nuove tecnologie. Ma una formazione “just in time”: immediatamente applicata. C’è bisogno di un po’ di di tempo per riprogettare il sistema. Se le dicessi che va tutto bene, sarei un cretino. Se le dicessi che va tutto male, sarei un disfattista. Se le dicessi che c’è molto da lavorare, le direi la verità”.


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