PATERNÒ (CATANIA) – Sono ritenuti i responsabili di una spedizione punitiva in piena regola, compiuta il 1 ottobre scorso e guidata da Andrea Giacoponello, ritenuto un personaggio di spicco del clan Assinnata di Paternò. In cinque avrebbero fatto irruzione nell’officina del padre di Alberto Forte, colui che – secondo la Dda di Catania – il 30 agosto aveva ferito il figlio di Giacoponello, Michele Gabriele. Forte si difese rispondendo al fuoco e sarebbe stato ferito a una mano.
Per questo i carabinieri del nucleo investigativo di Catania hanno stretto le manette ai polsi di cinque paternesi. Sono Andrea Giacoponello, 53 anni , Giorgio Castorina di 31, Vincenzo Di Mauro e Antonio Di Cavolo di 42 e Giuseppe Romeo di 45 anni. Le accuse, contestate a vario titolo, sono tentato omicidio, detenzione e porto abusivo d’armi, aggravati dal metodo mafioso.
L’esecuzione dell’ordinanza
Il provvedimento è stato eseguito stamattina da 50 carabinieri del comando provinciale, con il supporto dello squadrone eliportato “Cacciatori di Sicilia”, del nucleo cinofili di Nicolosi e del 12° Nucleo Elicotteri. L’ordinanza è stata emessa dal Gip, su richiesta della Dda. A renderlo noto, una nota a firma del procuratore della Repubblica vicario Agata Santonocito.
L’indagine parte dunque dal ferimento di Michele Gabriele Giacoponello, per cui a settembre era stato arrestato Alberto Forte. Questo avrebbe creato la reazione degli esponenti del clan Assinnata di Paternò, di cui il papà del ferito, come detto, sarebbe un esponente di spicco.
La dinamica dell’agguato
Secondo le indagini dei carabinieri, il 1 ottobre 2025, a Paternò, un commando composto dai cinque indagati, capeggiati da Andrea Giacoponello, armati di pistola e mazza, ha fatto irruzione nell’officina del padre di Alberto Forte, ferendo l’obiettivo a una mano. L’agguato fallì, nella ricostruzione fatta al telefono dallo stesso Alberto Forte con un familiare e intercettata dai carabinieri, per la sua pronta reazione, compreso l’avere sparato con una pistola contro i componenti del commando.
La vittima non ha denunciato quanto gli era accaduto, ma si era recato all’ospedale Cannizzaro di Catania dicendo di essersi ferito in un incidente stradale. Dalle intercettazioni è emerso che nell’officina c’era un sistema di videosorveglianza grazie al quale i carabinieri, dopo la sua acquisizione, hanno ricostruito le fasi finali del tentato omicidio.
Le indagini dei carabinieri
Il resto i militari lo hanno scoperto quando hanno appreso dell’esistenza di un sistema di videosorveglianza nell’officina, teatro dell’attentato. Hanno individuato l’impianto e sequestrato i dispositivi informatici. Così sono giunti ad analizzare meticolosamente i fotogrammi. Hanno cristallizzato la sequenza temporale dell’azione criminosa, le modalità operative e le ipotetiche responsabilità.
