Cosa Nostra ennese, presunto boss di Agira condannato a 18 anni

Cosa Nostra ennese, presunto boss di Agira condannato a 18 anni

Gli arresti furono effettuati dal commissariato di Leonforte e dalla squadra mobile
LA SENTENZA
di
2 min di lettura

AGIRA (ENNA) – Avrebbe provato a riorganizzare la cosca mafiosa ad Agira, nell’Ennese. E’ l’accusa contestata all’agirino Giovanni Scaminaci. A conclusione del processo celebrato col rito abbreviato, il gup di Caltanissetta lo ha condannato a 18 anni di reclusione.

La polizia ha coordinato le indagini che hanno portato a questo processo, che segue l’operazione Cerere. Coordinata dalla Dda Nissena, l’inchiesta riguarda la mafia rurale. Nel febbraio del 2025 aveva svelato un presunto tentativo di riorganizzazione mafiosa ad Agira.

Le altre condanne

A conclusione del processo sono stati condannati anche Antonio Scaminaci, fratello di Giovanni, a due anni e due mesi di reclusione. Con esclusione dell’aggravante mafiosa e assoluzione per un capo di imputazione. Luigi Campagna a 4 anni e 8 mesi. Vincenzo D’Agostino a 3 anni. Nello Galati Sardo a 6 anni e 2 mesi. Michele Antonino Grasso a 4 anni e 8 mesi. Alessio Russo Papo a 5 anni. E Gaetano Salimeni a 3 anni e 4 mesi. Assolti Giuseppe Grasso e Mario Tuttobene.

Per la Dda, rappresentata in aula dal procuratore aggiunto i Caltanissetta Roberto Condorelli, Scaminaci era il referente locale del clan catanese Santapaola. L’uomo chiamato a riaffermare l’autorità mafiosa nel territorio dopo avere scontato otto anni di carcere per una precedente condanna nel processo “Green Line”. Un ritorno sulla scena che, secondo l’accusa, si sarebbe tradotto in pressioni, intimidazioni e richieste estorsive nel settore agricolo.

Le pene accessorie

Il giudice ha riconosciuto la responsabilità penale di Scaminaci, applicando la continuazione con una precedente sentenza definitiva della Corte d’appello di Caltanissetta. Oltre alla pena detentiva sono state disposte l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. La libertà vigilata per tre anni a fine pena e la revoca di eventuali benefici assistenziali.

L’inchiesta, condotta dal Commissariato di Leonforte aveva svelato che Scaminaci avrebbe imposto la propria influenza. Attraverso richieste simbolicamente e concretamente significative. Cinque metri cubi di calcestruzzo a un’impresa impegnata nei lavori della strada comunale Pietralonga-Spinapulici. La cessione di 14 ettari di terreno in contrada Ponte Mangiagrilli per il pascolo. Episodi che, per la Dda, non erano fatti isolati ma tasselli di una strategia di controllo del territorio.


Partecipa al dibattito: commenta questo articolo

Segui LiveSicilia sui social


Ricevi le nostre ultime notizie da Google News: clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella!
SEGUICI