Cosa nostra, potere e sangue|Il veleno della mafia nelle Aci - Live Sicilia

Cosa nostra, potere e sangue|Il veleno della mafia nelle Aci

Nelle motivazioni del verdetto del gup è fotografata la storia criminale dei Santapaola ad Acireale. L'eredità mafiosa di Nuccio Coscia.
LA SENTENZA AQUILIA
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ACIREALE. Qualche anno fa ad Acireale era comparso un murale con scritto “Cosa nostra comanda”. Un manifesto criminale che è stato prontamente cancellato ma che purtroppo racconta un pezzo di verità sul territorio delle Aci. Territorio che non è rimasto immune al veleno della mafia. Come è documentato anche nelle cinquecento pagine della sentenza Aquilia dalla gup Anna Maria Cristaldi.

Un processo (stralcio abbreviato) che ha portato alla condanna di pezzi del gruppo acese del clan Santapaola e per concorso esterno dell’ex deputato regionale catenoto Raffaele Pippo Nicotra. 

Ma per analizzare il presente è importante conoscere bene il passato. Ed è per questo che la sentenza fotografa anche quella che è stata la storia criminale del gruppo santapaoliano di Acireale. Un quadro in molte aree dipinto dal rosso del sangue di diversi omicidi, motivati dalla sete di potere mafioso e dalla spregiudicatezza di chi si fa chiamare ‘uomo d’onore’. 

Gli anni 80

Le lancette dell’orologio vanno rimesse indietro fino agli anni 80. E in quest’epoca che sarebbe stata costituita una squadra organizzata per seguire gli affari dalle Aci alla zona jonica: in definitiva avveniva su impulso di Aldo Ercolano (figlio di Pippo) la riunificazione dei gruppi Rigano-Zappulla e Leonardi. In precedenza, il boss di riferimento era Calogero Conoscenti, personaggio molto vicino ai Ferrera, cioè i Cavadduzzi. 

Il trono di Nuccio Coscia

Quando Giovanni Leonardi il 6 marzo 1986 è stato arrestato, il clan decideva di nominare un nuovo capo. Anzi è lo stesso Aldo Ercolano, nipote di Nitto e genero di Francesco Mangion, a scegliere Sebastiano Sciuto, chiamato Nuccio Coscia. È stato lui ‘il capo indiscusso’ dei Santapaola di Acireale fino alla sua morte, avvenuta poco prima del blitz Aquilia. Ai suoi ordini Nuccio Coscia avrebbe contato una sessantina di “affiliati”. Tra questi Gaetano Mario Vinciguerra, che con le sue dichiarazioni ha messo nei guai gli attuali boss delle Aci.

La mappa della mafia acese degli anni 80 era così suddivisa: ad Acireale i responsabili scelti furono Gaetano Pennisi e Salvatore Costarelli, ad Aci Catena, Rosario Scuto, a Giarre Mario Giuseppe Tornabene (vittima nel 2007 di un tentato omicidio, ndr). Filippo Rigano aveva un ruolo di primo piano, anche se subalterno a Nuccio Coscia. Ma ‘era il suo vice’. 

L’arresto del boss

Le manette per Sciuto arrivarono nel 1993. Dal carcere però il capomafia riusciva a gestire gli affari grazie al cognato Gaetano Pennisi e Salvatore Costarelli. Era nei primi anni 90 che emergeva la figura di un altro cognato di Nuccio Cosca, Luciano Bella. Aveva il ruolo di ‘collettore’ tra il boss detenuto e i responsabili a piede libero. 

L’omicidio del capomafia

I blitz si susseguivano mese dopo mese in quel periodo ‘caldissimo’. Nel dicembre 1995 Pennisi e Costarelli finivano dietro le sbarre. A quel punto lo scettro del comando andava nuovamente a Giovanni Leonardi. La sua leadership però durava ben poco: Sebastiano Sciuto era in aperto scontro con lui. Il 13 maggio 1996, nella frazione acese di Guardia Mangano, è stato ammazzato. 

Il riassetto dopo il delitto

Dopo l’omicidio Leonardi si apriva un periodo complicato per il gruppo mafioso. La reggenza di Alfio Cordai, u crispiddaru, durava meno di un mese. Il 4 giugno 1996 scattavano le manette, infatti. Ai vertici andavano Luciano Bella e Mario Nicolosi, ‘u spacchio’. Quest’ultimo però è accusato di aver rubato soldi dalla cassa comune e quindi veniva sostituito con Salvatore Leotta.

Gli arresti e le fibrillazioni

Il co-governo mafioso Bella-Leotta decadeva alla fine del 1997 con il loro arresto. E ne susseguivano diversi negli anni successivi. Una data da segnare nel calendario è il 18 gennaio 2000: Orazio Cantarella, conosciuto come Gighi Gighi (genero di Calogero Conoscenti, ndr), andava ai domiciliari. Dal quel momento “traghettava” il gruppo fino al 12 dicembre 2001 quando è stato scarcerato Gaetano Mario Vinciguerra.

Quello che oggi è un pentito prendeva nelle mani le sorti del clan Santapaola di Acireale almeno fino al 6 giugno 2006. Era il giorno in cui usciva dal carcere Antonino Patanè, detto Nino coca cola, cognato di Sebastiano Sciuto (un altro, ndr). Patanè assumeva il ruolo di ‘capo’ della squadra di Cosa nostra delle Aci. Nino coca cola è un ‘pungiutu’: il suo padrino è stato Santo La Causa. Per l’uomo d’onore si aprivano e chiudevano per diversi anni le porte del carcere.

Gli ultimi anni

Così fino al 2012 era Vinciguerra a pensare alla gestione della cassa del gruppo. Alle redini di Acireale arrivava Rosario Panebianco, meglio conosciuto come cartabollata. Il suo trono però finiva il 28 ottobre 2013. Ad Aci Catena, invece, c’era il triunvirato Patanè, Vinciguerra e Alfio Brancato (chiamato Alfio Pio), poi coinvolti nel maxi processo Fiori Bianchi.  Dal 2013 – secondo le carte dell’inchiesta Aquilia – il ruolo di reggente sarebbe stato di Paolo Santo Scalia. 


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