PALERMO – “Io non mi fido di nessuno”. Il solco, da ieri, è più ampio. Da un lato la politica (quella buona, onesta, rivoluzionaria), dall’altro la burocrazia. Da un lato la giunta, dall’altro la pubblica amministrazione. Lo strappo tra il presidente Crocetta e la dirigente Corsello segna una scissione significativa nella storia con la “s” minuscola della Regione siciliana. E apre, piaccia o non piaccia, un’altra stagione.
“Non mi fido di nessuno”, ribadisce Crocetta, scaricando sulla dimissionaria dirigente generale sostanzialmente tutte le colpe del flop del Piano giovani. È lei ad aver affidato direttamente a Ett l’incarico per la gestione informatica, è lei ad aver voluto coinvolgere Italia Lavoro, è lei ad aver sbagliato tutto. Ma la colpa più grande della dirigente è quella di avere invaso il terreno della politica buona. Di essere andata al di là di quelle che sono le azioni consone al ruolo di burocrate. La dirigente, in effetti, in commissione Lavoro è entrata nel cuore del “sistema Crocetta”. Ne ha macchiato, a torto o a ragione lo decideranno altri, l’apparente purezza. Ne ha incrinato la asserita limpidezza della facciata. Anna Rosa Corsello lo ha fatto attraverso due o tre frasi. Piazzate lì, a sottolineare con la penna rossa, il tentativo dei due assessori (oltre alla Scilabra anche di Bruno) di utlizzarla come capro espiatorio del flop. Un paio di frasi, buone a far vacillare l’immagine moralizzatrice di questo governo. Che al volto pulito della “giovane assessore” come l’ha definita la Corsello e alla lotta contro la Formazione deviata, quella delle escort e degli scandali, aveva affidato la propria essenza, la propria anima, appunto.
Crocetta nei giorni scorsi era stato zitto. Anzi, nelle poche occasioni in cui ha deciso di esternare il proprio pensiero, ha cercato di salvare tutto. “La dirigente doveva coinvolgere gli assessori – aveva detto ad esempio – nella redazione del nuovo bando, ma ne aveva parlato con me qualche giorno fa”. Oppure aveva scaricato sui computer della Ett la responsabilità politica di un governo che poche ore dopo il flop day già si insultava a tutti i livelli. Assessore contro direttrice, direttrice contro ex pm e via dicendo.
Ma stavolta il presidente non poteva tacere. Quelle frasi della Corsello, espresse in un luogo “solenne” come l’Assemblea regionale, con tanto di frasi che non potranno più sfuggire alla memoria perchè “messe a verbale” e calate nei pochi fogli di in una relazione durissima, hanno acceso la miccia che il governatore aveva tenuto spenta finora, per questioni, diciamo così, di “opportunità politico-amministrativa”. La Scilabra, secondo la Corsello, aveva ad esempio fatto ricorso a Italia Lavoro perché “temeva una diminutio della sua visibilità” e per questo, “colei che si definisce paladina di tanti giovani ha sacrificato quei ragazzi sull’altare di una gara di velocità”. C’è tutto lì. C’è l’attacco politico della burocrate. C’è l’affondo nel cuore della rivoluzione crocettiana.
Ma lo strappo tra il presidente e la Corsello non è un fatto come gli altri. Non si tratta, con tutto il rispetto per i tanti dirigenti e funzionari regionali, della solita maxi-rotazione, magari condita da qualche processo sommario e accusa vaga nei confronti della burocrazia nella quale – come spiegò lo stesso Crocetta – si annida mafia e malaffare. No, la lite tra il governo e la dirigente è tutta un’altra cosa. È la rottura di un rapporto assai più profondo di quanto sembri. Quello tra l’esecutivo della rivoluzione e la burocrazia “buona”. Quella coraggiosa, quelle delle denunce, quella, insomma, che pur avendo ricoperto incarichi importanti anche in passato ha deciso di sposare l’ideologia crocettiana per impegnarsi nella (apparente) demolizione di quel passato.
La rottura tra Crocetta e Anna Rosa Corsello, insomma, è l’atto che rischia di condizionare l’equilibrio finora precario tra la politica della “discontinuità” e la burocrazia rappresentata da Patrizia Monterosso che quel ruolo svolge, in fondo. Quello di “capo della burocrazia”. La stessa figura che sulla burocrazia regionale in passato ha puntato il dito, con coraggio (in tutte le declinazioni che il termine “coraggio” può rivestire). Una rottura che certo sarebbe mitigata dalla nomina al posto della Corsello di Gianni Silvia, altro grand commis del lombardismo salvato dal governatore, altro esponente della burocrazia ritenuta “buona” dal governatore.
È questa, insomma, la prima vera svolta di Rosario Crocetta. La somma delle deportazioni di massa da un assessorato all’altro, infatti, non pesa quanto questa decisione, quanto questa rottura. Giusto per ricordarlo brevemente, infatti, ad Anna Rosa Corsello in questi mesi è stato affidato il compito di demolire “concretamente” il mondo della Formazione. È lei a firmare i decreti di revoca degli accreditamenti, è lei a togliere le somme a quegli enti, è lei quasi sempre ad affrontare l’ira di lavoratori e sindacati. È stata lei, da bi-commissario a gestire le delicatissime liquidazioni di società come Multiservizi e Biosphera (e non sono mancate le tensioni in quei casi e persino i ‘corpo a corpo’). È stata lei a dover affrontare la scivolosissima questione delal vendita del Cefop. È stata la stessa dirigente a impegnarsi nel tentativo di far estinguere il danno erariale a carico, tra gli altri, proprio del Segretario generale Patrizia Monterosso, bloccando i finanziamenti agli enti di Formazione a scopo “compensativo”. Ed è lei, come dirigente del Lavoro ad aver gestito tutta la questione rigurdante ad esempio gli ex Pip.
Tutti i nodi più stretti, le questioni più scottanti di questa legislatura sono passate dalle mani di Anna Rosa Corsello. Il simbolo della “burocrazia buona”, della “burocrazia del cambiamento”. Un’immagine che aveva retto persino di fronte a un rinvio a giudizio per peculato a carico della Corsello. Per l’uso disivolto delle auto blu, il simbolo di tutto ciò che Crocetta afferma di voler combattere. L’immagine di burocrazia buona insomma aveva retto anche di fronte ai provvedimenti della Procura contabile (nei confronti di Patrizia Monterosso) e quella ordinaria nei confronti della dirigente generale dimissionaria.
Un’immagine sepolta in quaranta minuti di conferenza stampa. Già, perché la dirigente stavolta ha puntato il dito contro il bluff del governo regionale. Ne ha, dal di dentro stavolta, svelato le contraddizione, la necessità di apparire che spesso supererebbe le emergenze più concrete, reali.
E la reazione è stata immediata. Fortissima. Violenta. Condita da qualche inquietante “avvertimento”, “Siamo ai limiti del licenziamento”, oppure “Capisco che la dirigente, qui da tanti anni, conosce tante cose dei politici. Ma le conosciamo anche noi”, ha detto Crocetta in conferenza stampa. La “burocrazia buona”, insomma, non esiste più “Non mi fido di nessuno”, ha ribadito il governatore che aveva già segnato un solco, in questi venti mesi di governo, tra sé e la “politica dei politicanti”, dove si annida il marcio, ovviamente. Adesso le ombre si allungano anche sui burocrati che lui aveva tanto amato. Col rischio che il “bene”, adesso, sia rintraccabile solo lì. Sono nella cerchia sempre più ristretta del presidente e dei “suoi” assessori.

