Dalla Chiesa, quando la trattativa |è andata a buon fine - Live Sicilia

Dalla Chiesa, quando la trattativa |è andata a buon fine

La testimonianza del giornalista e autore del documentario sulle stragi “1367 – La tela strappata”, che lega attraverso un filo l'omicidio del generale prefetto con le stragi di Capaci e via D'Amelio. Con la differenza che, nel 1982, l'accordo Stato-mafia è andato in porto.

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Organizzato dal Centro Pio La Torre, questo pomeriggio alle 18 nella Sala De Seta ai Cantieri culturali della Zisa sarà presentato il documentario “Generale” che mostrerà pure aspetti privati del Prefetto ucciso a Palermo trent’anni fa. L’ha voluto e realizzato Dora dalla Chiesa, che porta il nome della sua dolcissima nonna che ebbi modo di frequentare, o forse qualcosa di più, quando Carlo Alberto dalla Chiesa e la sua famiglia vissero a Palermo negli anni sessanta.

Con Simona, Nando e Rita siamo amici da una vita. Li conobbi a tredici anni e li lasciai a venti. L’estate a Mondello trascorsa insieme, le interminabili partite nella caserma di corso Vittorio Emanuele, le gite, le riunioni del sabato, la baldoria alle feste di rito e in quelle organizzate alla buona. Rita, la più grande fra noi, era una specie di mammina. Ora quella differenza d’età si è azzerata. Simona e io siamo coetanei, con Nando ci togliamo quattro anni. I nostri genitori erano colleghi. Non avrei mai potuto immaginare in quelle estati spensierate che il 3 settembre del 1982 mi sarei trovato, da cronista, in via Isidoro Carini, per raccontare quella sera. Fu difficile, anche più difficile di Boris Giuliano (che però non riuscii a vedere), Piersanti Mattarella, Pio La Torre e poi di Rocco Chinnici. Carlo Alberto Dalla Chiesa nei miei ricordi di adolescente era riuscito a provocare, allo stesso tempo, ammirazione e timore. Quella sera era lì, abbracciato alla moglie, voleva proteggerla, lui l’imbattibile, massacrato dai colpi dei kalashnikov.

Poniamoci della domande, anche se scomode, anche se non sono, e forse non saranno mai, delle prove giudiziali. Oggi il quadro anche di quel delitto appare più chiaro grazie al lavoro di tre Procure che indagano sulle stragi del 1992-1993. Sta venendo fuori che c’è un filo che lega quelle stagioni di sangue. Ciò che dopo vent’anni sta emergendo sulla trattativa Stato/mafia rende ancora più evidente il contesto e permette di fare alcune considerazioni.

Semplificando si potrebbe dire: nel 1982 la trattativa sommersa diede i suoi frutti, lo Stato si piegò a mafie e potentati, dieci anni dopo la trattativa palese si bloccò, ma poi “Cosa nostra” riuscì a ottenere qualcosa (la decisione del Ministro della Giustizia Conso di interrompere il rinnovo di oltre 300 condanne di mafiosi al carcere duro) e finirono le stragi. Improvvisamente..

Nel 1982 la forza della corrente andreottiana della Dc siciliana riuscì a bloccare la Rognoni-La Torre e i poteri speciali per il neo Prefetto. La mafia chiese, la politica ubbidì. Con chi? Nella sentenza del processo per l’uccisione dell’on. Salvo Lima, (leader degli andreottiani e con Vito Ciancimino referente di “Cosa nostra”), ucciso per non aver saputo “aggiustare” il maxiprocesso in Cassazione, la corrente andreottiana della Dc siciliana ne esce con le ossa rotte. Non dimentichiamo che allora Lima & amici avevano tutto in mano:  Comune di Palermo e Catania, Regione, Provincie di Palermo e Catania, piccoli e medi comuni, Banche, la munifica società esattoriale dei cugini Salvo (uomini d’onore della famiglia mafiosa di Salemi poi arrestati e Ignazio ucciso nel settembre 1992), appalti di ogni genere decisi a tavolino e assegnati ai soliti noti. Un potere enorme che non poteva certo essere scalfito neppure dall’eroe italiano che aveva sconfitto il terrorismo.

Torniamo al 1982. Dalla Chiesa viene ucciso da killer mafiosi, ma chi erano i mandanti esterni? Se due più due fa quattro, certamente chi doveva garantire uno status quo, evitare cioè contraccolpi e rischi imprevedibili, magari perché l’esasperazione di dalla Chiesa – al quale erano stati promessi superpoteri che non arrivarono – avrebbe perfino potuto spingere il monolitico Prefetto a ricordare l’esistenza di un memoriale vergato da Aldo Moro, documento inaspettatamente scomparso dal covo in cui fu imprigionato lo statista.

Un delitto di Stato perché il governo aveva paura di perdere consenso in Sicilia, da sempre bacino privilegiato della Democrazia Cristiana che non badava molto a candidare sindaci e consiglieri vicini a “Cosa nostra”. Seguendo il profumo dei soldi, come faranno Falcone e Borsellino, nei suoi cento giorni dalla Chiesa comprese che non c’era la mafia da una parte e lo Stato dall’altra, ma che esisteva quello che Antonino Caponnetto definirà un “grumo” di interessi di mafia, massoneria deviata, pezzi dei Servizi segreti, imprenditori e politici collusi, e per motivi diversi anche della Cia americana. Lo stesso “grumo” agì negli anni successivi uccidendo il sindaco che ripulì la città dai grandi appalti, Beppe Insalaco; si oppose con forza alle giunte pentacolore ed esacolore di Orlando; prese parte a uno scontro fra i Servizi segreti puliti degli agenti Antonino Agostino (ucciso poi con la giovane moglie incinta) che con Emanuele Piazza salvò Falcone nel fallito attentato dell’Addaura (le sue carte sparirono per una perquisizione non autorizzata da colleghi dei Servizi) e quella di esponenti dei Servizi e delle istituzioni che invece scendevano a patti con la criminalità.

Perché tre giorni dopo il Parlamento approvò la legge Rognoni La Torre? Evidentemente perché il pericolo era stato spazzato via. Chi viene scelto per quel posto? Proprio il capo dei Servizi segreti civili, il Sisde, Emanuele De Francesco, con Bruno Contrada al suo fianco. Tre anni dopo sarà sostituito da un magistrato super discusso come Domenico Sica (preferito a Giovanni Falcone) che tentò di far condannare il magistrato Alberto Di Pisa accusandolo, con una falsa prova, di essere il “corvo” del Palazzo dei veleni, delle accuse a Falcone e al suo pool. Nel libro “Una rondine fa primavera”, che fra qualche settimana presenteremo col gruppo editoriale Novantacento, su quegli anni verranno raccontati particolari inediti, anche pubblicando per la prima volta due lettere dal carcere dell’ex sindaco Insalaco.

Ci sono poi tre episodi che collegano i delitti dalla Chiesa, Falcone e Borsellino: al momento della loro morte si mette istantaneamente in moto una organizzazione parallela all’attentato che ha il compito di far sparire le prove, tutte le possibili prove. Dalla Chiesa: alcune persone si presentano quasi allo stesso orario della strage nell’abitazione di Villa Paino per chiedere a due ignari custodi delle lenzuola per coprire i corpi dilaniati. Lenzuola! Questo avviene a oltre un chilometro di distanza dal luogo della strage, ma allo stesso orario. Che fecero quella sera i due uomini sconosciuti, certamente della Polizia o dei Servizi, lasciati soli in quella casa? Dopo undici giorni riapparvero in modo misterioso le chiavi della cassaforte, ma di carte importanti nessuna traccia. E’ certo che il generale-prefetto più volte avrebbe detto che quei documenti esistevano e chiusi in quella cassaforte erano per lui una sorta di assicurazione sulla vita. Si riferiva al memoriale Moro?

Dieci anni dopo la strage di Capaci: dalle borse di Falcone scompaiono dei flop disk nei quali il magistrato scriveva tutto, anche dei fatti che non avevano peso giudiziario, delle “non prove”, che però – proprio perché scritte da Falcone – qualche valore lo avranno avuto senz’altro. Alcune pagine vennero pubblicate dopo Capaci da “Il Sole 24 ore”: le aveva date lo stesso Falcone a Liana Milella con l’impegno di non pubblicarle. Quelle pagine le riconobbe Paolo Borsellino.

Andiamo a 1367 ore dopo, (come s’intitola il documentario 1367- La tela strappata prodotto da questa editrice), quindi alla strage di via D’Amelio: un investigatore o un falso investigatore, o un investigatore pagato dai Servizi e “fuori ruolo” si impossessa dell’agenda rossa nella quale Borsellino annotava tutto, sensazioni, quasi prove, movimenti, descriveva personaggi, interpretava gli interrogatori. Una bomba pronta a scoppiare. Chi ha l’agenda rossa? Una sentenza della Corte d’Assiste di Firenze per le stragi del 1993 sostiene testualmente che la strage di via D’Amelio è “anomala”. Quindi, ragionando, non doveva avvenire quell’estate. E allora, perché fu fatto saltare in aria? I motivi potrebbero essere due, sempre con il beneficio del ragionamento giornalistico: per l’inchiesta sui grandi appalti cominciata da Falcone, proseguita da Borsellino e conclusa dopo la sua morte, oppure perché il magistrato aveva saputo della trattativa Stato/mafia (il 28 giugno) alla quale si oppose con fermezza. Nella sentenza di Firenze si dice chiaramente: la trattativa ci fu, l’avviò il capitano De Donno del Ros con il figlio di Vito Ciancimino, Massimo; la proseguì il vice comandante del Ros, colonnello Mori che incontrò Ciancimino più volte. E ancora: la trattativa venne avviata dallo Stato e non dalla mafia, all’insegna del do ut des. Dello scambio. Chissà se Mori incontrando Ciancimino su ordine di qualche entità ricordava ciò che Dalla Chiesa diceva sempre ai suoi uomini dell’antiterrorismo, e quindi anche a lui: con la Brigate Rosse non si tratta. Tanti uomini sono stati uccisi per aver tenuto la schiena dritta: poliziotti, magistrati, carabinieri, politici, il medico legale Giaccone, l’imprenditore Libero Grassi. E tanti altri che certamente dimentico.

C’è dunque un filo rosso che lega i delitti eccellenti. Oltre ai corleonesi di Totò Riina, ci sono dei burattinai senza volto che prima decisero di cancellare l’ostacolo – non solo mafioso – rappresentato da dalla Chiesa e poi dopo dieci anni vollero far pagare ai protagonisti di quel maxiprocesso, nel bene e nel male, dal giudice Scopelliti a Falcone, Borsellino, Lima e Ignazio Salvo, la sentenza della Cassazione che dava il via agli ergastoli confermando che “Cosa nostra è unica e verticistica”. Sono dovuti passare altri anni, depistaggi di uomini dei Servizi che hanno costruito falsi pentiti e false piste, si è dovuto arrivare a uno dei più sconvolgenti conflitti fra istituzioni, fra Procura di Palermo e Quirinale, per tentare di arrivare alla difficile verità su quella lunga e violenta notte della nostra Repubblica. Certamente Carlo Alberto dalla Chiesa prima degli altri era riuscito a capire. Diventando un intralcio. Come Giovanni Falcone. Come Paolo Borsellino.


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    Articolo coraggioso.
    e con l’amore amaro della verita’

    Complimenti…
    Acquisterò il libro

    Quando il giornalismo fa così largo impiego di “petitio principii” e di assunti erronei ed indimostrati, vuol dire che siamo di fronte a qualcosa di molto inquietante per uno stato di diritto.

    La domanda, ad esempio, “Chissà se Mori incontrando Ciancimino su ordine di qualche entità ricordava ciò che Dalla Chiesa diceva sempre ai suoi uomini dell’antiterrorismo, e quindi anche a lui…”, è un esempio da manuale di “petitio principii”, non solo discutibile ma direi anche inaccettabile. Che Mori abbia incontrato Ciancimino “su ordine di qualche entità” non solo è qualcosa di totalmente indimostrato, ma che cozza anche con la logica. Se Mori e Ciancimino colloquiavano entrambi in qualità di ambasciatori della trattativa, che c’azzecca la richiesta del passaporto finalizzata a realizzare un’operazione di infiltraggio nell’organizzazione criminale, circostanza che, questa volta si, è agli atti da vent’anni? Inoltre, se vogliamo fare della facile ironia, dal momento che sono i magistrati ad ipotizzare che i politici si siano rivolti a Subranni per la trattativa, il quale avrebbe mandato Mori da Ciancimino, io mi domando: ma che ci manda a fare Mori da don Vito Ciancimino, il Subranni, se lui stesso era punciutu, cioè affiliato a Cosa Nostra? Questo solo per dare un’idea del livello di delirio e di incongruenza di certe insinuazioni che stanno svolazzando sui mass media negli ultimi mesi. Inoltre, in base a cosa si può arrivare a scrivere che Borsellino “si oppose con fermezza” alla trattativa? Non esiste neppure un solo elemento oggettivo serio a riprova di una circostanza del genere. Le ore di Borsellino delle ultime settimane di vita, quelle registrate, cronometrate e documentate, provano chiaramente che egli si stava occupando di tutt’altro e che per lui la trattativa non esisteva neppure. Magistrati seri testimoniano dichiarazioni di indiscussa fiducia nel ROS da parte di Borsellino nelle sue ultime ore di vita. E quindi che ci stiamo a raccontare? Per mesi abbiamo assistito a degli squallidi tentativi di mistificare le parole della dott.ssa Ferrraro, attribuendo al suo colloquio con Borsellino il 28 giugno, il momento in cui egli avrebbe appreso della trattativa. Quando la Ferraro testimoniò chiaramente in aula, sotto giuramento, che ella non parlò assolutamente a Borsellino dei contatti fra De Donno e Ciancimino in termini di “trattativa” ma come di una normale attività di polizia giudiziaria, e che infatti Borsellino non battè ciglio ( e perchè avrebbe dovuto batterlo?), i magistrati furono obbligati a correggere la loro teoria. Oggi affermano quindi che Borsellino dimostrò disinteresse solo apparente, perchè in realtà doveva già sapere della trattativa, da prima. Ma si tratta di ricostruzioni completamente apodittiche, di vere e proprie arrampicate sui vetri, che una mente lucida non può che guardare con sospetto, ed un sostenitore dello stato di diritto, con ribrezzo. Se Borsellino avesse veramente voluto opporsi “con fermezza” alla trattativa, allora avrebbe già manifestato questa sua volontà alla Ferraro, questo è solare. Altrimenti che fermezza sarebbe stata, e soprattutto, con chi avrebbe dovuto manifestare la propria volontà di opporsi se non con colleghi come la Ferraro o con stretti collaboratori come Canale? Non c’è una persona al mondo che possa dire di aver visto Borsellino in azione contro questa presunta trattativa. Ma i giornali che scrivono che egli l’avesse fatto senz’altro, non si contano. Penoso.

    Per quanto riguarda poi le citate sentenze di Firenze che si pronunciano su fatti connessi come la trattativa o la strage di Via D’Amelio, queste sono per l’appunto sentenze che hanno effettuato digressioni, per l’esigenza di ricostruire un quadro generale, su fatti ESTERNI ai dibattimenti, e che pertanto non possono avere alcun valore giurisprudenziale in merito a tali oggetti, perchè carenti delle legittime controdeduzioni. Un esempio lampante, è la sentenza di Firenze del 98, dove i giudici arrivano a dire che Brusca sulla trattativa fra Mori e Ciancimino non poteva che dire cose vere ed attinenti, in quanto alla data della sua prima testimonianza (1996) nessuno poteva sapere di quella trattativa, e che pertanto egli non poteva che averla appresa effettivamente da Riina. Naturalmente, essendo quello un processo che non aveva nè la trattativa nè le attività di Mori quale oggetto di dibattimento, nessuno ha potuto controdedurre, in sede di ricorso, facendo presente il loro enorme svarione a quei magistrati: di trattativa e di colloqui fra il ROS e don Vito, ne parlarono persino i quotidiani nazionali, nel 92-93, e persino De Gennaro in un’intervista nell’ottobre del 93 a La Stampa, altro che segreto o cosa che Brusca poteva avere saputo solo da Riina. Niente niente, poteva averla saputa financo dai giornali. Questo è solo un piccolo esempio di quale enorme mistificazione si sia costruita negli anni su questo argomento, con errori sesquipedali come questo ad appestare persino le sentenze. Infine vorrei invitare l’autore di questo articolo, quando scrive de “la decisione del Ministro della Giustizia Conso di interrompere il rinnovo di oltre 300 condanne di mafiosi al carcere duro”, ad andarsi a contare negli elenchi delle revoche e dei mancati rinnovi, quante fossero le figure significative appartenenti a Cosa Nostra ad essere state effettivamente “favorite”. Altro che 300. Vedrà, sarà una sorpresa. E per cortesia, cerchiamo di moderarci un po’, con l’utilizzo di questo termine, trattativa stato-mafia. Ora, assimilare ad esso anche le collusioni politiche e gli intrallazzi politico-mafiosi degli anni 70-80, come quelli di Lima, … francamente mi pare si stia proprio esagerando. Ma non mi stupisco più di niente. Ho già visto, sui media, diventare “trattative stato-mafia” anche dei banali episodi di voto di scambio, o dei classici episodi di infiltrazione mafiosa nella politica locale. Vediamo magari di darci un taglio, a certa retorica un po’ unta.

    @Enrix

    La signora Agnese Borsellino mi pare molto più attendibile di tanti presunti “testimoni oculari” dei fatti di quegli anni. Sarà per empatia, ma tendo a fidarmi più dei suoi ricordi che dei tanti “uomini dello Stato” che hanno riacquisito sprazzi di memoria a distanza di decenni.

    E come spiegare gli ormai certi depistaggi compiuti da apparati dello Stato (vedi gestione del “pentito” Scarantino) ?

    Quanto al generale dei carabinieri, presunto “punciutu” in gran segreto, lo capirebbe anche un bambino il perché dell’incarico della trattativa ad un terzo, proprio perché “uomo d’onore” (che schifo di termine !) occultato.

    Insomma, c’è proprio da essere orgogliosi, a dichiararsi italiani !

    @Thor

    la signora Agnese Borsellino, infatti, è lucida nel ricordare, e piuttosto precisa nel testimoniare, o almeno questa è la mia sensazione. Ecco la prima delle due deposizioni da lei rese a CL, come da verbale: “Mi trovavo a casa con mio marito, verso sera, alle ore 19.00, e, conversando con lo stesso nel balcone della nostra abitazione, notai Paolo sconvolto e, nell’occasione, mi disse testualmente “ho visto la mafia in diretta, perché mi hanno detto che il Generale SUBRANNI era “pungiutu”. Non chiesi, tuttavia, a Paolo da chi avesse ricevuto tale confidenza, anche se non potei fare a meno di rammentare che, in quei giorni, egli stava sentendo i collaboratori Gaspare MUTOLO, Leonardo MESSINA e Gioacchino SCHEMBRI.” (Notare bene che tutti e tre i soggetti sono stati portatori di accuse a carico di papaveri ed “intoccabili” del livello di Subranni, come Contrada e Signorino. E portatori di tali accuse PRIMA, così come DOPO la morte di Borsellino. Invece, su Subranni, dopo la morte di Borsellino, non hanno mai parlato nel modo più assoluto di affiliazione o di collusione -ndr)

    Poi c’è un’altra versione, estratta da file audio, trasmessa da Santoro in TV: “L’ho visto turbato e ho chiesto: Cosa c’hai? Hai pranzato oggi? Perché non era venuto a pranzo, e ha detto: “Ho visto la mafia in diretta, e fra tante cose mi hanno riferito che il generale Subranni si è punciutu.” E’ una cosa che io non mi sarei ma immaginata, né poteva mio marito immaginarsela. Così me l’ha riferito, sempre sbalordito, di quello che gli era stato raccontato. Però io non ho chiesto “chi te l’ha detto?”, ma me l’ha detto in maniera non serena, ma certa. Era turbatissimo, turbatissimo, e quando gliel’hanno detto, addirittura dice che ha avuto conati di vomito perché per lui l’Arma e chi la compone chi ne fa parte era sacra, e intoccabile.”

    Ora lei, Thor, mi dovrebbe cortesemente spiegare, in base a quali certezze o riscontri oggettivi, ritiene che la nausea ed il turbamento di Borsellino non fossero originati dalla convinzione che la confidenza ricevuta da quello sconosciuto (il quale, noti bene, da allora ha continuato per sempre a non esistere, davvero un confidente serio ed affidabile) non fosse altro che una calunnia mafiosa (la mafia in diretta, cioè la mafia mentre parla ed inquina i pozzi in diretta) anzichè il contrario. Secondo lei Paolo Borsellino era persona capace di credere immediatamente ad una simile enormità, udita da qualcuno poche ore prima, senza ulteriori solidi riscontri? E sempre secondo lei, Paolo Borsellino era un magistrato che se avesse recepito una simile enormità come un dato credibile ed oggettivo, lo avrebbe riferito alla moglie con tanto di nome e cognome del traditore? In altro capitolo, la signora Agnese, riferisce: “Ricordo perfettamente che il sabato 18 luglio 1992 andai a fare una passeggiata con mio marito sul lungomare di Carini senza essere seguiti dalla scorta. In tale circostanza, Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati I SUOI COLLEGHI ed altri a permettere che ciò potesse accadere. In quel momento era allo stesso tempo sconfortato, ma certo di quello che mi stava dicendo. Non mi fece alcun nome, malgrado io gli avessi chiesto ulteriori spiegazioni, ciò anche per non rendermi depositaria di confidenze che avrebbero potuto mettere a repentaglio la mia incolumità; infatti la confidenza su SUBRANNI costituisce un’eccezione a questa regola.” Ma povera donna, no che non costituiva un’eccezione. Su cose del genere Borsellino non faceva eccezioni. La signora ha semplicemente frainteso. Borsellino gli ha riferito un episodio che per lui rappresentava una calunnia tale da togliergli l’appetito: per questo, gliel’ha riferita senza contravvenire ad alcuna regola di riservatezza professionale. Lei invece, vedendolo turbato, ha inteso che Borsellino avesse ragioni per credere a tale confidenza. Ma nota bene, che Borsellino non parla nè di tali presunte ragioni, nè, in modo esplicito, del suo effettivo status e della sua effettiva posizione nei confronti di tale “confidenza” (Dice solo: “Così me l’ha riferito, sempre SBALORDITO, di quello che gli era stato raccontato”.)

    Siamo quindi subordinati all’opinione, anzichè al riscontro oggettivo.
    Secondo la signora Agnese, il marito era turbato perché sembrava credere alle parole del “confidente”. Secondo me, invece, era solo straincazzato e nauseato, per quella “confidenza” mafiosa. Opinioni, caro dio del tuono.

    Infine, anche un’altra cosa mi dovrebbe gentilmente spiegare: “il perché dell’incarico della trattativa ad un terzo [da parte di Subranni] , proprio perché “uomo d’onore” (che schifo di termine !) occultato.”

    Bambino non lo sono più da un pezzo, eppure non lo capisco lo stesso. E comunque resta il fatto che Mori non appena contattò Ciancimino cominciò a parlare di appalti, di infiltrazioni, di passaporti, ed infine di mappe per catturare Riina. Era questo il mandato datogli dal punciutu? Che ci sia qualcosina di strano, io credo se ne siano accorti anche i magistrati, perchè a distanza di 5 mesi richiamano a deporre la signora Agnese, e sul nuovo verbale la storia della mafia in diretta diventa così come segue: ““In quello stesso periodo mi disse che aveva visto la “mafia in diretta”, parlandomi anche in quel caso di contiguità tra la mafia e pezzi di apparati dello Stato italiano.” ” Ecco, così forse è un po’ più congruo, come vede l’affiliazione è andata a farsi benedire, siamo solo più alla contiguità. Soltanto che, come modus operandi, andrebbe bene se si stesse scrivendo la sceneggiatura di un una fiction, e invece si tratta di verbali che saranno impiegati per accusare i carabinieri che hanno catturato Riina nella vita reale. E’ un po’ diverso, lo ammetterà.

    @Enrix

    Come vede, non avendo certezze, anch’io uso le cautele del caso. E parlo di “presunzione”. Io non so se la persona in questione sia collusa o meno. Diciamo che, se proprio devo credere a qualcuno, propendo sicuramente per la Signora Agnese, e non per chi ha avviato trattative con quegli animali, qualunque fosse lo scopo.
    Insomma, in assenza di prove certe, si tratta di un “atto di fede”. Ed io credo alla signora Agnese.

    Avere notizia di un qualsiasi tipo di vicinanza alla mafia di un generale dei carabinieri sono certo avrebbe sconvolto anche una persona “solida” come Paolo Borsellino, e mi sembra credibile che, per una volta, il Magistrato abbia potuto cedere – sconvolto – e fare una confidenza alla moglie. Se per lei va bene contiguità, piuttosto che conclamata affiliazione… A me anche solo sapere che una carica di quel tipo possa avere “contiguità” con la mafia, da siciliano, mi fa orrore (e girare non poco i cosiddetti). Ma d’altronde, basta guardare in Senato, di questi tempi…

    Sul fatto che i collaboratori non abbiano ripreso le accuse, nel dopo Borsellino, abbiamo tanti esempi di collaboratori che ritenevano di non avere le necessarie garanzie o coperture per il “carico” delle loro dichiarazioni. Pensi al clima, all’uno-due degli attentati. Quale pentito poteva sentirsi “sicuro”, se anche i principali esponenti della lotta alla mafia si potevano eliminare con tale facilità ???
    Un esempio su tutti: Buscetta (e c’era ancora Giovanni Falcone !!!!!)
    Don Masino lo aveva fatto chiaramente capire, ma i tempi non erano maturi. C’è qualcuno, oggi, che ha ancora dubbi sulla collusione e la “sistemicità” di mafia e politica ???? O sulla connivenza organica di certa Democrazia Cristiana in Sicilia ??? O di certi “Club”, in epoche più recenti ???

    Purtroppo, ci sono i carabinieri che hanno catturato Riina e quelli che hanno fatto saltare la cattura di Provenzano (anni prima di quando poi lo stesso è stato “venduto”…)
    Ci sono carabinieri (e Mori dovrebbe saperne qualcosa) che hanno “dimenticato” di comunicare alla Procura di Palermo della sospensione del servizio di sorveglianza della casa di Riina, che verrà trovata “ben ripulita” dopo l’arresto dello stesso (so che sia Mori che De Caprio sono stati assolti, perché “il fatto non costituisce reato”: bella soddisfazione…)
    Ci sono anche appartenenti a qualche corpo di polizia che hanno fatto sparire l’agenda di Borsellino ed il data bank di Falcone. Probabilmente non per le prove in sé, ma per la forza del pensiero di quei Magistrati !
    Ci sono le telefonate di Castello Utveggio pochi secondi prima e dopo l’attentato a Borsellino, e non le devo spiegare io a chi fossero dirette.
    C’è il depistaggio scientifico montato ad arte, con la sponda di Scarantino.
    C’è il boicottaggio sistematico di Falcone e lo smantellamento scientifico del pool anti-mafia.
    C’è un apparato di sicurezza che non si accorge di lavori sotto un’autostrada dove “operai” piazzano cinquecento chili di tritolo.
    Ci sono stati poliziotti che, perquisendo il covo di detenzione di Moro, non si sono accorti di una parete in cartongesso e, contemporaneamente, montavano la messa in scena delle ricerche del corpo nel lago ghiacciato.
    C’è la vergogna mondiale della Diaz, e di quanto compiuto sotto la copertura dei vertici (delle forze di polizia e politici).
    Devo continuare ?

    Mori ha agito nell’interesse del Paese ? Bene, ci dica che sulla questione vige il segreto di Stato (non mi pare) o che ha consegne in tal senso, oppure ci racconti i fatti. Nè più né meno che i fatti.
    Ammetto che ho difficoltà a credere che Mori, con il suo curriculum, abbia potuto favorire in qualche modo la mafia. Ho meno difficoltà a credere che, in nome di una qualche ragion di stato, abbia potuto “sporcarsi le mani”.

    Insomma, non dovrò fare uno sforzo a ritenere più credibile gente che NON appartiene alle istituzioni, visto quello che i nostri apparati – quelli che dovrebbero garantire la nostra sicurezza – hanno combinato in questi anni (o hanno anche solo lasciato che succedesse).
    E non mi si venga a parlare di ragion di Stato…

    Cialtroneria giornalistica. Un tempo i giornalisti d’inchiesta facevano il loro mestiere facendo i segugi, consumando le suole delle scarpe, e sforzandosi di trovare la verità anche al di la delle ricostruzioni offerte dalla procura di turno. Oggi si assiste a giornalisti cialtroni, che su quelle ricostruzioni si sdraino comodamente, arricchendosi a discapito di lettori che ignorantemente ingoiano di tutto, senza porsi alcuna domanda.
    Se fosse per questi giornalisti noi saremmo ancora al “mostro Valpreda” sbattuto in prima pagina. Che schifo.

    @ Thor

    Anche io credo alla signora Agnese, gliel’ho detto. E’ proprio perché credo alle sue parole che ritengo che la sua presunzione di colpevolezza sia frutto di un pregiudizio. Ma sul punto lei sfugge, perché anziché rispondere alla mia domanda, parla d’altro. Quindi gliela rammento: “in base a quali certezze o riscontri oggettivi, lei ritiene che la nausea ed il turbamento di Borsellino non fossero originati dalla convinzione che la confidenza ricevuta da quello sconosciuto (il quale, noti bene, da allora ha continuato per sempre a non esistere, davvero un confidente serio ed affidabile) non fosse altro che una calunnia mafiosa (la mafia in diretta, cioè la mafia mentre parla ed inquina i pozzi in diretta) anzichè il contrario?”

    Lei dice: “Avere notizia di un qualsiasi tipo di vicinanza alla mafia di un generale dei carabinieri sono certo avrebbe sconvolto anche una persona “solida” come Paolo Borsellino,” Lei fa un uso un po’ disinvolto delle parole “notizia” e “vicinanza”. Qui si parla di un’accusa di affiliazione a Cosa Nostra (non di vicinanza), a carico di un generale del Reparto Operativo Speciale il cui curriculum Borsellino conosceva bene, e quindi non di una semplice “notizia”, ma di qualcosa cui è difficile credersi in generale, salvo essere un’ “agendina rossa” (e Paolo Borsellino non era in quello spirito, mi creda, nonostante le varie manipolazioni del suo pensiero che ci vengono propinate). Prima di lasciarsi “sconvolgere” da una “notizia” del genere, qualsiasi persona seria e coscienziosa (e Borsellino, mi creda, lo era) pretende riscontri d’acciaio inossidabile. Non basta una confidenza. Borsellino era un magistrato, a differenza di altri, capace di riconoscere una calunnia, e se questa calunnia proveniva da un certo tipo di informatore, per lui era come vedere la mafia in diretta, qualcosa di rivoltante. E questo fu, secondo me, il Borsellino che quella sera si confidò con la moglie.

    Per il resto, ora non voglio dilungarmi, ma le dico solo questo: è una menzogna quella da lei scritta, quando sostiene che ci sarebbero carabinieri “ che hanno fatto saltare la cattura di Provenzano (anni prima di quando poi lo stesso è stato “venduto”…)” ed è una menzogna quella da lei scritta, quando sostiene che ci sarebbero carabinieri ”che hanno “dimenticato” di comunicare alla Procura di Palermo della sospensione del servizio di sorveglianza della casa di Riina, che verrà trovata “ben ripulita” dopo l’arresto dello stesso (so che sia Mori che De Caprio sono stati assolti, perché “il fatto non costituisce reato”: bella soddisfazione…)”

    Nessuno ha fatto “saltare” la cattura di Provenzano (e le prove sono già agli atti del processo, ma potrà avere una comoda sintesi di tutto quanto quando uscirà la sentenza) e nessuno ha dimenticato di comunicare alla Procura qualcosa che avrebbe dovuto comunicare o avuto ragioni di sorta per farlo. Nè la casa fu ritrovata “ben ripulita”, a seguito della sospensione della sorveglianza, come lei dice. la situazione era ben altra.

    Ogni volta che ci si vuole riferire ad un fatto che si presume indiziario di trattative o colpe riferibili al ROS, dietro c’è sempre, guarda caso, o una menzogna, o un difetto di lettura, o una mistificazione. Fatto per cui qualche libera coscienza si pone ancora delle domande, ma purtroppo siamo sempre di meno.

    Infine, tutte le circostanze da lei riferite successivamente (depistaggi e pestaggi) sono si nefande e vergognose, ma non hanno nulla a che vedere con trattative stato-mafia e men che meno con i carabinieri del Reparto Operativo.

    Quindi, quando lei scrive che Mori può aver agito nell’interesse del paese, occorre prima capire a cosa lei si riferisce: Mori ha sempre agito nell’interesse del paese, e non esiste alcun episodio che possa indurre a sospettare che abbia agito per altre ragioni. Salvo menzogne, manipolazioni e mistificazioni.

    Non c’è alcun bisogno di invocare la ragion di Stato per l’operato di Mori, perchè in realtà questo è sempre rientrato ordinariamente nell’ambito del suo mandato.

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