Dalla società Interporti al Coppem |La guerra del Pd esplode in Aula - Live Sicilia

Dalla società Interporti al Coppem |La guerra del Pd esplode in Aula

La soppressione dell'articolo che prevedeva i finanziamenti a due società regionali nasconde in realtà il conflitto ancora in corso tra le diverse fazioni dei democratici.

PALERMO – In fondo, per raccontarla, basterebbero due frasi. Una quasi urlata e un’altra appena sussurrata. “Tenete le divisioni del vostro partito fuori da questa Finanziaria”. Così un deputato dell’opposizione puntava il dito contro i colleghi del Pd. Toto Cordaro, capogruppo del Cantiere popolare ha messo da parte per qualche secondo la diplomazia di chi orgogliosamente si definisce ancora un democristiano: “Adesso basta, avete stancato. Se dovete giocarvi il rimpasto fatelo da domani in poi”, insisteva dal podio di Sala d’Ercole. Poco dopo, proprio uno di quei democratici, in corridoio ammetteva: “Qua abbiamo perso la testa, molti dei nostri hanno perso la testa”. In mezzo, l’Aula aveva bocciato un articolo della Finanziaria. Una norma che prevedeva, sostanzialmente, una ricapitalizzazione da dieci milioni di euro destinata alla società Interporti (8,5 milioni), dall’altro al Mercato agro alimentare siciliano (1,5 milioni). Società partecipate dalla Regione che adesso, però, rischiano di fallire.

Ma dietro la vicenda puramente “tecnica” c’è la storia politica. A “fare la guerra” alle due società, a sorpresa, è proprio un’area del Pd. Il deputato agrigentino Panepinto, in particolare, ha presentato un emendamento soppressivo poi sposato anche dai grillini e da buona parte del centrodestra. Il parlamentare ha preso spunto, nel richiedere la soppressione dell’articolo, da una relazione del Servizio partecipazioni e liquidazioni dell’assessorato al Bilancio che aveva sollevato dubbi sulla gestione delle due aziende. Pochi fogli nei quali veniva messo in evidenza come il fabbisogno economico stimato per le due partecipate della Regione sarebbe servito a “ripianare le perdite”: a pagare, cioè, i debiti. Ma nonostante l’opposizione in commissione, alla fine la norma è arrivata in aula.

La società Interporti è una società di scopo costituita per la realizzazione delle infrastrutture interportuali e in particolare l’Interporto di Catania e quello di Termini Imerese. Un’opera, quest’ultima, alla quale il governatore ha mostrato, anche in Aula, di tenere molto. Almeno quanto, stando ai rumors del Palazzo, il senatore Beppe Lumia, braccio destro di Crocetta a termitano doc. Ma non solo. Presidente della società è Alessandro Albanese, presidente di Confindustria Palermo e rappresentante quindi di un’altra delle “anime” a sostegno dell’avventura a Palazzo d’Orleans del presidente gelese.

A dire il vero, la relazione dell’assessorato non è così negativa. E, anzi, sottolinea la necessità di questa ricapitalizzazione anche al fine di non far perdere delle risorse derivanti dal Cipe. Nonostante ciò, l’Ars si è messa di traverso. “Finora – ha attaccato il deputato grillino Giancarlo Cancelleri – la società Interporti ha concluso solo un’opera: un parcheggio nel Catanese. Un’opera costata 6 milioni, data in affidamento alla società Aias al costo di 36 mila euro l’anno. Per rientrare dalla spesa, bisognerebbe impiegato più di 160 anni. Mi basta questo per dire che nessun euro vada erogato alla società Interporti. Per questo siamo d’accordo con Panepinto: anche noi abbiamo presentato un emendamento soppressivo”. “Le vicende riguardanti le due società – ha rincarato la dose il collega cinquestelle Giorgio Ciaccio – potrebbero avere una coda giudiziaria. Basta con i padrini delle partecipate. Questi soldi serviranno solo a colmare debiti fuori bilancio dovuti alla malagestione del passato”.

Come dicevamo, però, il presidente della Regione ha difeso strenuamente e in prima persona quell’articolo: “Abbiamo rinnovato le strutture delle società e chi è arrivato ha le idee chiare” e, fiutata la trappola imminente, ha anche proposto un emendamento che vincolasse l’erogazione di quelle somme a un piano industriale che consentisse il rientro dai debiti. Ma nemmeno quello è bastato. I cuperliani del Pd, spalleggiati da grillini e tanti deputati di opposizione, sono andati avanti. E alla fine, d’accordo con la soppressione dell’articolo si sono trovati in 41 sui 69 parlamentari presenti.

“Abbiamo perso la testa”, diceva così un parlamentare Pd. Mentre fioccavano, in un clima surreale, i comunicati democratici di chi “brindava” a quella cancellazione e di chi la consideravaun grave errore.

“Un intero parlamento – hanno dichiarato ad esempio i deputati Panepinto e Maggio – ha compreso che si tentava di finanziare con i soldi dei siciliani due società che finora hanno prodotto ben poco in termini di crescita economica. Da tragedia greca le affermazioni di quanti oggi vogliono contrabbandare il ripianamento di gestioni fallimentari con lo sviluppo”. Ma come detto, quel voto ha ulteriormente diviso il Pd. “Le beghe interne alla maggioranza ricadono – ha detto il deputato Anthony Barbagallo – sulle possibilità di sviluppo economico del territorio catanese, ed è quanto di peggio la politica attuale possa esprimere. Il mancato aumento di capitale dell’interporto comporterà irrimediabilmente il mancato accesso a circa 50 milioni di euro di finanziamenti comunitari, fondamentali per una infrastruttura così importante per la Sicilia”.

E il riferimento al territorio catanese, ovviamente, riguarda anche l’altra “vittima” della soppressione di quell’articolo: il Mercato agro-alimentare, molto caro, invece, ad autonomisti ed ex autonomisti come Roberto Di Mauro e Lino Leanza. Il primo ha accusato il Pd “ribelle”, sottolineando anche come il Maas sia in attivo da due anni. Mentre ha usato parole di fuoco il capogruppo di Articolo 4, Luca Sammartino che ha parlato di “voto irresponsabile” e di “una scelta che mostra il vero volto di una maggioranza che litiga su ogni questione e poi dimentica colpevolmente di curarsi delle vere esigenze della Sicilia. Dispiace – ha aggiunto – che queste società, come altre, in passato siano state mal gestite ma bisogna ricordare che c’è stato un cambio alla guida ed una inversione di tendenza”.

Cambio necessario, a quanto pare, stando alla relazione piovuta in commissione bilancio. “Negli anni di non operatività della società – si legge nalla relazione del dirigente Rossana Signorino, più volte richiamata in Aula – a mercato non ancora aperto, i soci arrivavano a deliberare compensi nei confronti del collegio sindacale per importi pari anche a 270 mila euro”. Quanto basta per affondare quella norma. Che ha però, come era prevedibile, innescato subito la reazione dell’altra “fazione” del Pd. E il terreno di guerra si è spostato nella giungla della Tabella H. Lì, dove non è nemmeno giunto un ente come l’Istituto Gramsci storicamente caro a una delle tante anime del partito, il voto segreto ha cancellato dall’elenco dei contributi il Coppem, ente storicamente gradito proprio all’area che fa capo ad Antonello Cracolici. “Tenete fuori le vostre divisioni dalla Finanziaria”, urlavano dall’opposizione. Mentre qualche democratico ammetteva: “Abbiamo perso la testa”. Ma la guerra del Pd, obiettivo il rimpasto, ha cambiato persino i connotati alla terza manovra finanziaria dell’anno.


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