I delitti eccellenti, la Trattativa | Ecco l'antimafia del Pleistocene

I delitti eccellenti, la Trattativa | Ecco l’antimafia del Pleistocene

I delitti eccellenti, la Trattativa | Ecco l’antimafia del Pleistocene
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Al Palazzo di giustizia di Palermo cronaca giudiziaria e storia, intesa come studio del passato, si sono incrociati in una lunga stagione, mai chiusa, di inchieste e processi. E il tempo, intanto, passa.

PALERMO – L’ultimo scontro nell’Antimafia chiodata si è consumato qualche tempo fa. Il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, ci ha provato. Ha cercato di “strappare” ai colleghi della Dda l’inchiesta sull’omicidio di Antonino Agostino e di sua moglie Ida Castelluccio. In Cassazione, però, la sua “avocazione” – tecnicamente si chiama così – è stata annullata. Scarpinato rimproverava una certa inerzia investigativa ai colleghi Francesco Del Bene e Nino Di Matteo, nonostante dalla stessa Procura generale filtrasse la voce che non si trattava – per carità – di una censura nei confronti dei pubblici ministeri. Scarpinato ritiene di conoscere bene il contesto in cui il delitto dell’agente di polizia e della moglie sarebbe maturato. Perché tutto, o quasi, partirebbe dalla sua intuizione investigativa che lo portò ad aprire, quando era procuratore aggiunto, l’inchiesta sui cosiddetti “sistemi criminali”. Tra il ’91 ed il ’93 Cosa Nostra avrebbe progettato di dividere, con un golpe, il Meridione dal resto d’Italia. Per farlo sarebbero confluiti sull’obiettivo gli interessi di mafia, politica, eversione nera, massoneria e servizi segreti. Un’intuizione – di cui sarebbe figlio anche il processo sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia – che, però, dovette fare i conti con il fattore tempo. Perché, ad un certo punto, di tempo per indagare non ce ne fu più. E così il fascicolo “Sistemi criminali” fu archiviato su richiesta dello stesso Scarpinato.

Il contesto di allora non si discosta da quello tracciato dai pm del caso Agostino i quali, nonostante ritengano di non avere trovato elementi per chiedere il processo dei due indagati – i boss Nino Madonia e Gaetano Scotto – collegano l’omicidio al fallito attentato contro Giovanni Falcone sulla scogliera dell’Addaura. “Io a quel ragazzo gli devo la vita“, è la frase che, secondo alcuni testimoni, Falcone pronunciò al funerale di Agostino.

A differenza di ciò che che si è detto in Procura generale, l’avocazione è stata una presa di posizione dura contro i pm, nella forma e nella sostanza. Non è un caso che il procuratore capo, Franco Lo Voi, non l’avesse presa bene, facendo subito ricorso. E la Procura generale della Cassazione gli ha dato ragione. Niente avocazione, il fascicolo è tornato a Di Matteo e Del Bene che avranno altri cinque mesi per portare avanti le ulteriori indagini disposte dal Gip che non ha accolto la richiesta di archiviazione.

Il barbaro assassino dell’agente di polizia e della moglie, incinta di cinque mesi, è del 1989. E il fattore tempo torna a pesare. Ventisei anni di indagini non sono stati sufficienti a risolvere il caso. Eterno è il dolore dei familiari delle vittime. Un dolore che dovrebbe appartenere a ciascuno di noi senza dovere per forza essere iscritti, tessera alla mano, alla società civile. Non si può chiedere a un padre e ad una madre di smettere di piangere. Di smettere di chiedere verità e giustizia. Le indagini, però, devono per forza di cose misurarsi con gli anni che passano.

C’è un dato che salta agli occhi. Al Palazzo di giustizia di Palermo cronaca giudiziaria e storia, intesa come studio del passato, si sono incrociati in una lunga stagione, mai chiusa, di inchieste e processi. Il caso limite, una sfida alla categoria del tempo dove più che il passato si studiò l’era geologica del Pleistocene, si registrò quando il procuratore aggiunto Antonio Ingroia diede seguito all’esposto di due storici e diede l’ordine di riesumare il cadavere di Salvatore Giuliano. Decine e decine di telecamere si contesero ogni centimetro quadrato del cimitero di Montelepre per assistere allo show. Erano o meno del bandito i resti nella tomba? Sì, lo erano e l’inchiesta fu archiviata. E nella storia affondò anche la riapertura delle indagini sulla morte del giornalista Mauro De Mauro, assassinato nel 1970. Ingroia portò alla sbarra Toto Riina quale mandante del delitto del cronista de L’Ora. Il padrino corleonese, già sepolto dagli ergastoli, alla fine dei tre gradi di giudizio, non ha aggiunto un altro “fine pena mai” al suo orrendo curriculum. Lo hanno assolto in Cassazione.

Un altro strappo nell’Antimafia dei pubblici ministeri si era consumato all’inizio della scorsa estate, quando Scarpinato – sempre lui – disse no all’applicazione di Di Matteo – sempre lui – al processo d’appello contro Mario Mori e Mauro Obinu, i due ufficiali dei carabinieri processati e assolti in primo grado dall’infamante accusa di avere fatto saltare la cattura di Bernardo Provenzano in nome di indicibili accordi fra la mafia e pezzi dello Stato. Ufficialmente Scarpinato ritenne opportuno “non incrementare ulteriormente il coefficiente di rischio a cui è soggetto Di Matteo”. Al di là delle dichiarazioni, già allora scricchiolò quel fronte, che sembrava compatto, del quale Scarpinato e Di Matteo erano e sono autorevoli rappresentanti. La verità è che Scarpinato aveva colto il rischio che, con Di Matteo al fianco, i giudici potessero cogliere una certa personalizzazione del processo se non addirittura una sorta di accanimento a danno degli imputati.

Una scelta precisa la sua, dunque, per tenere una linea processuale autonoma dalla Procura della Repubblica. Ufficialmente, e nessuno mette in dubbio il suo pensiero, il procuratore generale aveva ricordato che le misure di sicurezza alle quali Di Matteo è sottoposto sono la conseguenza, anche e soprattutto, delle minacce subite mentre indagava sulla trattativa Stato-mafia, strettamente connessa al processo Mori. Quella trattativa che obbliga i pubblici ministeri, e tutte le parti processuali, a misurarsi con avvenimenti misteriosi, intricati e pure risalenti negli anni, a cavallo delle stragi di mafia del 1992. Il tempo trascorre inesorabile. A ricordacelo interviene ciò che ne rende visibile il suo trascorrere e cioè la morte. Alcuni giorni fa è venuto a mancare Giovanni Conso, presidente emerito della Corte costituzionale. Aveva 93 anni. Nel 1993, quando era ministro della Giustizia, decise di non rinnovare il 41 bis (il regime di carcere duro) a 300 boss mafiosi. “Non ci fu alcun retroscena in quella scelta, decisi io, in solitudine”, ha sempre sostenuto Conso. Secondo i pm di Palermo, invece, sarebbe la prova che lo Stato trattò con la mafia.

Conso finì pure sotto inchiesta per false dichiarazioni ai pubblici ministeri. Per scoprire come sarebbe andata a finire la sua vicenda giudiziaria, avrebbe dovuto aspettare la fine del troncone principale del processo. Agli atti del dibattimento non c’è neppure il verbale della sua testimonianza. Era stato citato alcuni mesi fa ma non si presentò per motivi di salute. Di anziani – compresi Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e Arnaldo Forlani – ne compaiono parecchi nella lista dei testimoni. “Tenga conto che io ho una età che ormai si avvicina più ai cento che agli ottanta”, disse Forlani svelando le difficoltà aggiuntive di un processo “storico”, dove il tempo rende tutto più sfocato. E dire che gli arzilli testimoni hanno rappresentato un’iniezione di vitalità per un processo sempre più lontano dal dibattito e dai riflettori, la cui luce si è via via abbassata di tono a dispetto dello scintillio iniziale. E quando l’attenzione si è ridestata è stata per le bordate sul piano giuridico ricevute dal giurista Giovanni Fiandaca.

“Morirò prima di arrivare a capire di cosa sono accusato”, sentenziò un paio di anni fa Conso in un’intervista. Il pragmatismo nella sua essenza, frutto di quella lucidità sulla caducità della vita che può avere solo chi sa che gli resta poco tempo da vivere.

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