Don Sergio Ciresi, tifoso rosanero: "Delusi, ma..."

Don Sergio, sacerdote e tifoso rosanero: “Delusi, ma lasciamo stare la rabbia”

Don Sergio Ciresi Palermo
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Intervista al direttore della Caritas
FOCUS SU PALERMO
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4 min di lettura

PALERMO – La fine del sogno serie A per il Palermo non ha lasciato soltanto un verdetto sportivo, ma ha aperto un dibattito profondo all’interno della comunità cittadina. La sconfitta complessiva contro il Catanzaro ha evidenziato una netta spaccatura: da una parte chi si è stretto attorno alla squadra mostrando vicinanza, dall’altra chi ha preso le distanze con dure critiche verso la società e i calciatori. Sul punto abbiamo intervistato il direttore della Caritas diocesana, tifoso del Palermo, don Sergio Ciresi.

Don Sergio, dal suo osservatorio, che lettura dà a questa spaccatura sociale ed emotiva che ha diviso la città dopo i playoff?
“Per chi ha seguito il Palermo nell’ultimo anno è normale essere rimasto deluso dal risultato finale. Alle volte, però, è troppo facile o troppo riduttivo dare la responsabilità solo alla società o solo ai giocatori. Perdere fa parte del gioco”.

Il calcio a Palermo è un forte collante identitario. Secondo lei, perché per una parte della comunità è così difficile applicare il principio della solidarietà nel momento della caduta, preferendo la via del giudizio o dell’abbandono?
“Ci sono dei malesseri nella nostra società che hanno radici lontane. La polarizzazione è uno di questi. Se non si raggiunge un obiettivo oppure non si vince, tutto sembra inutile. Si fa fatica a perdere. Oggi siamo tutti polarizzati. Magari si è tifato per tanto tempo, si è seguita la propria squadra festeggiando insieme i successi poi, basta una nota negativa e si cancella tutto. In realtà, siamo chiamati a stare con le persone che amiamo anche quando le cose non vanno come vorremmo”.

In una società abituata a celebrare solo il successo, il valore di una sconfitta sportiva può diventare un momento di crescita collettiva?
“Assolutamente sì, si può e si deve fare. Rimanere sconfitti dispiace, ma non si può rinnegare che il Palermo negli ultimi anni ha certamente dimostrato grande forza e grande fair play, facendoci più volte sognare. Queste forme di sconfitte riguardano tutti noi, ma non devono essere vissute come una sconfitta personale della cittadinanza. Ci abbiamo sperato, abbiamo sognato, non siamo passati, ma sicuramente siamo migliorati”.

Si sono registrati anche episodi di tensione e rabbia, oggetto di valutazione. Cosa ne pensa?
“La rabbia, che spesso si manifesta nel calcio, è l’insieme di tante arrabbiature che l’essere umano canalizza in modo sbagliato, distruggendo se stesso e gli altri. Qua c’è un malessere sociale. Nel caso specifico, questa violenza viene fuori perché si è perso il senso di Dio. Gesù Cristo quante volte è stato attaccato, aggredito, deluso, maltrattato? Lui non si è mai lasciato prendere dalla rabbia distruttiva, neanche quando rovesciò i banchi dei mercanti davanti al tempio. Io non la leggo come conseguenza della partita, ma di una difficoltà profonda nella gestione dei conflitti, che è la causa di tanti dei mali del mondo di oggi”.

Il tecnico Inzaghi ha parlato di “pazienza, lavoro e dedizione”, parole che non hanno convinto tutti. Come incide oggi la fede in chi vive nel rifiuto del fallimento e fatica ad accettare la sconfitta?
“Oggi si è perso il senso dell’attesa. La società impone di fare tutto e subito e non si comprende che questo modo di pensare non aiuta. Non è assolutamente così. L’attesa in vista del successo è riflessione: ci permette di comprendere a pieno il proprio percorso e analizzare le proprie scelte. Ci consente di migliorarci e arrivare più preparati e pronti all’obiettivo. Noi siamo esseri finiti, fatti di fragilità, eppure oggi c’è chi vive come un tabù l’affrontare o il parlare dei sentimenti dell’uomo”.

Che messaggio si sente di dare ai palermitani per abitare questo momento di delusione comune, affinché diventi un’occasione per riscoprirsi uniti?
“Direi di concentrarsi anche sulle cose positive, di non permettere a quest’ultima sconfitta di annullare il percorso fatto, soprattutto quest’anno. La sconfitta non è mai solo fallimento. Ci sono state tantissime belle partite in cui si è vinto e si è giocato bene, con tanta qualità in campo. Non bisogna distruggere il percorso fatto focalizzandosi esclusivamente sull’ultimo risultato”.

In conclusione, una nota più personale. Come sta andando la sua esperienza sul territorio, da parroco di Brancaccio?
“Bene. Abbiamo cominciato il nostro percorso con i fedeli del territorio condividendo via via sempre più momenti di aggregazione, condivisione e di comunità. C’è stato, per esempio, il Carnevale, oppure la festa di primavera con le scuole del territorio. Stiamo compiendo insieme i primi passi coinvolgendo varie realtà istituzionali e sociali. Sono davvero contento di come sta iniziando, fiducioso su come andrà il nostro cammino insieme”.


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