Ma che ne sapete voi della Sicilia? Ma come si fa ad appenderla a un gancio di pregiudizio e gridare ovunque: “Mafia, mafia, mafia!”, nella coda del matrimonio di una ragazza e di un ragazzo innamorati, qualunque fosse lo spirito e lo svolgimento del discorso? Se c’è una cosa che non si intona con il luogo comune è proprio l’amore, con la sua forza.

I titoli dei tabloid
E abbiamo in mente, mentre scriviamo, quell’amore unico. Quando Francesca Morvillo e Giovanni Falcone si cercarono, sull’autostrada capovolta dalla bomba. Stavano morendo: il dardo più acuto era la fine dell’altro, dell’altra. Il pensiero atroce li uccideva, prima ancora di chiudere gli occhi. Si sono ritrovati nel luogo dell’assenza di ogni dolore. Come si fa a mescolare ciò che non è mescolabile in un titoletto da tabloid?
Sì, ovvio, ci riferiamo ai giornali britannici, con annesse e giustificate polemiche. “Il covo della mafia siciliana ospiterà il matrimonio da favola dell’anno. Dua Lipa e Callum Turner si preparano a prendere possesso di un’ex roccaforte di Cosa Nostra per tre giorni di festeggiamenti”, così ha scritto il Telegraph in un articolo sui festeggiamenti bagheresi, come ricostruisce l’Ansa. Poi la correzione del titolo con “ex covo”. Ecco, in aggiunta, The Sun: “Sole, mare e sopranos, il passato brutale dell’isola amato dalle star”. Covi (ex), mare, sole, mafia? Vogliamo aggiungerci la coppola? Ma che c’entra questo con l’amore e con le battaglie dei siciliani? L’amore di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo.
L’ultima sigaretta in via D’Amelio
L’amore di Paolo Borsellino per Agnese. Una corsa di macchine, scorte, mitra spianati. L’ultima sigaretta davanti al portone di via D’Amelio. E le carezze centellinate, per ‘abituare’ al distacco. E quel sorriso ironico, sempre più incupito, via via che la clessidra del 23 maggio si allungava verso il 19 luglio.
Perché sistemare, accanto al matrimonio di due persone belle, innamorate – Dua Lipa e Callum Turner, loro -, la facile sociologia-storiografia, buttata lì, che, magari, porta click, immiserendo il contesto. Basta appunto un titolo che ‘strizza l’occhio’, una riga che ingenera immeritata confusione. Una terra, come un organismo, non sarà mai il suo male. Perché la Sicilia è Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, tutti quelli che combatterono, quelli che proteggevano e dissero parimenti addio.

Venite in Sicilia…
Volete venire a vedere di persona? Venite pure, vi offriremo il caffè e lo sfincionello. Venite pure voi a camminare sui luoghi che hanno incantato ogni viandante. Venite nelle contrade della bellezza antica. Venite sulle strade del coraggio. In via Notarbartolo, accanto all’Albero. Inginocchiatevi davanti alla stele di Capaci, sull’asfalto memore di via D’Amelio.
Venite e osservate gli scorci, i panorami, i tramonti, i paesaggi. Si può essere siciliani in tanti modi. La via migliore è quella della bellezza che sempre contempla la verità. Tra una granita e un gelato, vi racconteremo una storia che, forse, non sapete: noi abbiamo vinto contro la mafia. Noi, i siciliani. Non gli altri, noi. E se adesso la mafia si ripresenta, oltre l’apatia di troppi, ci saranno ancora siciliani pronti a combattere, senza le armi.
Click e realtà
Non stiamo scrivendo, con doloroso stupore, di un dettaglio. Non stiamo nemmeno crocifiggendo chicchessia: ognuno si misuri con se stesso, tra intenzioni e risultati, tra etica e click. Né ci eleviamo alla quota di maestri, non lo siamo. Siamo, però, siciliani. Vogliamo dire la nostra. Vogliamo gridarla.
Ha ragione il presidente Schifani, che ha reagito subito: “Il danno d’immagine arrecato alla Sicilia e ai siciliani è stato enorme, perché ancora una volta la nostra terra è stata associata a uno stereotipo che non la rappresenta e che ignora decenni di sacrifici, di lotta alla criminalità organizzata e di riscatto civile, culturale ed economico”.
Ha ragione il sindaco Lagalla: “Palermo ha compiuto un lungo, difficile e spesso doloroso percorso di riscatto. È una città che ha pagato un prezzo altissimo nella lotta alla mafia, con il sacrificio di servitori dello Stato, magistrati, forze dell’ordine, amministratori, giornalisti e cittadini comuni”.
Ha ragione la Fondazione Falcone: “Definire la Sicilia attraverso il solo richiamo alla mafia significa perpetuare una narrazione vecchia, ingiusta e profondamente irrispettosa nei confronti di milioni di cittadini onesti che ogni giorno lavorano, studiano, producono cultura, impresa, innovazione e legalità”. Che c’entrava con un matrimonio di celebrità? Un accostamento improvvido.

Eroi e martiri
Ma già, voi del popolo degli ignari – a prescindere dai click, chiunque voi siate – che ne sapete di Mario Francese, giornalista immenso, che camminava – e fu assassinato – con il cuore nelle scarpe. Ucciso, a pochi metri da casa, per il vizio santo della coerenza, per la renitenza sacra alla resa, per la voglia ostinata di non fermarsi che solo i peggiori di noi, in segreto, chiamano ‘pazzia’.
Voi non lo sapete e seminate suggestioni più o meno consapevoli che sembrano tratte da un brutto film, dove gli attori parlano il siculiano che qui nessuno conosce, intercalando ogni frase con la proverbiale citazione: ‘Minghia’.
Venite in Sicilia, allora. Realizzeremo una colletta, se necessario, per pagarvi il viaggio. Passate da via D’Amelio, accarezzando la cancellata del palazzo che scrutò l’ultima sigaretta di un giudice. Scendete dalla macchina, davanti alla stele di Capaci, quando il tramonto mostra lo stesso colore del sangue versato. Restate in silenzio. Pregate intimamente. Chiedete perdono. Soprattutto a voi stessi. Agli eroi, ai martiri. E a noi.
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