PALERMO – La Regione sta pensando di staccare la spina a Sicilia e-servizi. Di revocare, cioè, la convenzione con la società dell’informatica. Tutto per colpa di quel ricorso avanzato da Ingroia di fronte al Tar contro i tagli ai contributi per l’azienda. Un ricorso che avrebbe “eluso” le norme vigenti. Norme che prevedono, per gli amministratori di società totalmente partecipate dalla Regione, l’obbligo di passare attraverso una “mediazione”, prima, eventualmente, di rivolgersi ai giudici.
E invece, l’ex pm ha deciso di tagliare corto, reagendo con un ricorso al Tar contro il decreto della Regione che impegna meno risorse (5,8 milioni anziché 7,5), da destinare alla società regionale che si occupa di sistemi informatici, rispetto a quelle dovute per servizi già resi nel 2015. Nel ricorso presentato dall’avvocato Massimiliano Mangano, la società ha chiesto l’annullamento del provvedimento previa sospensione dell’efficacia; i giudici amministrativi hanno deciso, “considerato che le questioni sollevate nel ricorso meritano un approfondimento” di rinviare la trattazione nel merito a ottobre.
Una guerra, che si trascina già da un po’. I tagli al contributo dell’azienda, la reazione di Ingroia, quindi la decisione dell’Assemblea regionale, in finanziaria, di abbattere, di fatto, il monopolio di Sicilia e-servizi nel settore dell’informatica regionale. Tutte questioni che potrebbero saltar fuori nell’udienza di ottobre.
Ma prima di quella data, la situazione rischia di precipitare. Secondo l’Ufficio informatico della Regione, che attraverso una nota del dirigente Maurizio Pirillo aveva già puntato il dito contro le spese di Sicilia e-servizi, sarebbe stata violata la “convenzione quadro” tra la Regione e la partecipata. Una violazione tale da rendere possibile la revoca della convenzione stessa. Una decisione che, però, spetta agli uffici dell’assessorato all’Economia. Da dove, al momento, confermano soltanto: “Quel decreto è ancora vigente”.
Il decreto in questione è il 1720 del settembre 2011 firmato dall’ex assessore all’Economia Gaetano Armao che rappresenta il piano di riordino delle partecipate e che prevede anche interventi di “spending review” nella Regione e negli enti regionali. “Con l’obiettivo di evitare lunghi e onerosi procedimenti giudiziari – si legge all’articolo 9 del decreto – in tutti quei casi di controversie insorgenti in materia di applicazione, attuazione e/o interpretazione delle Convenzioni e dei contratti di servizio stipulati dalle società a totale partecipazione della Regione siciliana con gli assessorati e/o dipartimenti regionali, si dispone che prima di adire l’Autorità giudiziaria si esperiscano tentativi di componimento bonario del disaccordo insorto”.
Per farla breve, il governo, con questa norma, ha inteso limitare le conseguenze di un paradosso: cioè che una società finanziata interamente dalla Regione possa usare quei soldi anche per fare ricorso contro la Regione stessa. Così, norme alla mano, le controversie avrebbero dovuto inizialmente essere sottoposte all’esame di una apposita commissione, composta anche da rappresentanti dell’Ufficio legislativo e legale, oltre a un rappresentante della società.
E invece, Ingroia ha tirato dritto, andando direttamente di fronte al Tar. “La misura è colma – aveva tuonato pochi giorni fa l’amministratore unico di Sicilia e-servizi, – di fronte a questo taglio ‘immotivato’ su spese effettuate e autorizzate dalla Regione, abbiamo deciso di impugnare il decreto. L’amministrazione invece di riconoscere i tagli operati e i risparmi effettuati in questi anni in cui abbiamo dimezzate le spese, passate da circa 25-30 milioni di euro degli anni precedenti a circa 10-11 milioni, ci toglie i soldi dalle tasche dopo averci commissariato. Questo è inaccettabile”. Il Tar, come detto, ha rinviato a ottobre la discussione nel merito. Ma prima di allora potrebbe succedere di tutto. Ingroia ha fatto intendere di essere pronto a ritirare il ricorso nel caso in cui la Regione “restituisse” le somme tagliate quest’anno.
Ma la Regione in questi giorni sta discutendo, anche animatamente. Se all’Ufficio informatico – che ha il compito di vigilare su Sicilia e-servizi, sembra chiara la violazione del decreto, più cauti sembrano all’assessorato al bilancio.
L’articolo 9 del decreto di Armao è richiamato, tra l’altro, nella convenzione-quadro sottoscritta dallo stesso Ingroia, dal Ragioniere generale Salvatore Sammartano l’allora dirigente dell’Ufficio informatico Ignazio Corrao il 9 giugno dell’anno scorso. “Qualora le società ritengano – si legge nella norma – di accedere agli strumenti di tutela giurisdizionale e/o arbitrale senza il preventivo esperimento del tentativo di bonario componimento della controversia insorta, tale comportamento sarà oggetto di doverosa comunicazione alla Procura regionale della Corte dei conti nell’ambito delle funzioni in materia di controllo della spesa pubblica e dovrà essere oggetto di apposita valutazione ai fini dell’eventuale promozione dell’azione di responsabilità”. Insomma, quella “causa” comporterebbe per la pubblica amministrazione una spesa evitabile, attraverso appunto lo strumento della mediazione. E soprattutto comporta la violazione dell’articolo 12 della convenzione quadro. Con la quale anche Ingroia si era “obbligato” a passare attraverso la mediazione, prima di ogni giudice. Così non è stato. E adesso la Regione ci sta pensando seriamente: Ingroia avrebbe violato la convenzione. Quanto basta per staccare la spinta a Sicilia e-servizi.

