L’insegna dell’Epyc (European Palermo Youth Center) in via Pignatelli Aragona 42, a pochi passi dal Teatro Massimo, offre suggestioni a metà. Sembra un po’ lo stemma che introduceva le sezioni di partito di una volta. Ma non starebbe male nemmeno come ideale porta della città sotterranea, quella del ‘Signore degli Anelli’, quella: “Dite amici ed entrate”. Qui la parola più diffusa è un’altra: “Compagni”. Con il sopravveniente discorso retorico, per chi ci crede, del filo carsico-smarrito della sinistra in Sicilia.
Tavolini e pc
Qui si può, infatti, ravvisare proprio la fisionomia di una sinistra che taluni considerano ancora mitologica. Non mancano il dibattito, il corso, la discussione, né il tipo all’apparenza “Io so comunista così!”. Nella sala da pranzo, ecco i tavolini, dove mangiare qualcosa (anche) di multietnico o prendere un caffè: prodotti selezionati dal lavorio instancabile di chi cucina, prepara e offre. Non ci sono mazzi di carte, come accadeva una volta, tra i soffitti polverosi e il deprecabile fumo delle sigarette. In compenso, abbondano i pc portatili.
Qui, insomma, drappeggia l’antico vessillo rinnovabile – piaccia o non piaccia – della militanza, seppure non da solo. Perfino le barbe raccontano uno stile. Non somigliano a certe pelurie intagliate che qualcuno associa invariabilmente agli articoli del codice penale. Sono barbe dichiaratamente ‘di sinistra’. Accentuate, un po’ disordinate e, tuttavia, ortodosse.
Epyc, che cos’è
Il centro di ‘aggregazione giovanile’, presente dal 2023, è situato negli ampi spazi di un fu convento. Andiamo per raccontarlo dopo avere ascoltato un partecipatissimo dibattito con relatori decisamente inclini al No per il referendum sulla giustizia. L’Epyc è stato, a Palermo, uno dei motori del risultato finale. Il frantumato centrosinistra isolano, in cerca di rivincite dopo una caterva di sconfitte, sull’onda del successo referendario, farebbe bene a non trascurare simili casse di risonanza, molto popolari tra i giovanissimi che occupano tavoli e sedie.

L’accoglienza cortese, con annessa consumazione, è a cura dei ‘rettori’ dell’Epyc: Federica Vecchio, Valerio Bordonaro, Angelo Nuzzo, dirigenti di Arci Palermo. La voce narrante che coagula sensazioni e pensieri appartiene a Fausto Melluso, nume tutelare di una opposizione palermitana che ha preferito il territorio ai palazzi della rappresentanza.
“Epyc è di tutti, basta diventare soci e la tessera qui costa cinque euro l’anno – dice Melluso -. E’ nato per dare una opportunità di veri scambi umani. C’è chi viene per discutere, chi per leggere un libro, chi per scrivere come la ragazza che vedi laggiù, una giornalista francese interessata a Palermo. Non ci sono preclusioni per nessuno. In città opportunità del genere non esistono quasi più. Ci sono solo i locali, però lì sei un cliente”.
“Ripartiamo da qui”
“Dobbiamo ripartire da qui – si tesse il ragionamento, manco a dirlo politico -. Se si pensa che, siccome il No ha vinto il referendum, va tutto bene, allora non ci siamo. Ci sono delle campagne elettorali alle porte e siamo in ritardo, terribilmente in ritardo. Leoluca Orlando che, in una intervista al vostro giornale, ha dato una scossa alla coalizione e non sbaglia sulla tempistica”.
“Alle ultime Comunali – dice Melluso – il centrosinistra ha candidato Franco Miceli, una persona perbene, scegliendo all’ultimo e non fornendo il supporto adeguato. Possiamo dirlo? L’Arci di Palermo ha diecimila soci, moltissimi giovani, che hanno votato in stragrande maggioranza No al referendum. Non è che si possono pigliare e spostare alle Amministrative… C’è tanta gente che è andata a votare, che ci somiglia, ma che, per le elezioni, resta a casa, perché non è soddisfatta della proposta. Noi siamo qui, se interessa, per essere ascoltati. Ma chiediamo dignità e rispetto, la nostra funzione non è legittimare chi occupa posizioni”.
Mentre si chiacchiera, scorrono idealmente, come se fossero appesi alle pareti, i ritratti di coloro che si schiantarono (metaforicamente) contro il consenso del centrodestra “fortissimo”, sussurrano qui. Altri hanno lasciato un segno semplicemente perché erano come erano. Il sorriso lieve-affettuoso di Rita Borsellino, con i suoi occhi di un azzurro intenso, non è stato dimenticato.

“Le primarie? Un disastro…”
Servono le primarie? “Non lo so – è la conclusione -. So soltanto che alle scorse elezioni regionali le primarie hanno creato disastri. Io non voglio che i leader del campo largo ne parlino sui giornali: una classe dirigente che fa questo non serve. Si chiudano in una stanza e vengano fuori con una strategia credibile. Io candidabile? Non è il punto, non possiamo personalizzare. Non c’è più un Leoluca Orlando che arriva e spariglia le carte. Dobbiamo ripartire subito, siamo in ritardo…”.
Dalla città (della) mitologica e sotterranea di sinistra abbiamo trasmesso, tra rigatoni, spaghetti e una insalatina piccante. La cronaca politica si incaricherà di narrare quanto dei sogni dei suoi abitanti si tradurrà in realtà e quanto, invece, si aggiungerà all’elenco già numeroso delle disfatte. Mitologiche, a loro modo, anch’esse.
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