"Falcone nel mirino dagli anni '80"

“Falcone nel mirino dagli anni ’80”

“Falcone nel mirino dagli anni ’80”

Il pentito Francesco La Marca: "Tra aprile e maggio '92 Salvatore Cancemi mi disse di non prendere autostrade, poi seppi dell'attentato". Passano gli anni e i riscontri diventano complicati.

CALTANISSETTA – “Falcone era nel mirino di Cosa Nostra fin dagli anni ’80. Nel ’92 si sapeva che doveva succedere qualcosa di grosso, ma non ricordo riferimenti diretti. So solo che tra aprile e maggio ’92 Salvatore Cancemi mi disse di non prendere autostrade. E poi seppi dell’attentato a Falcone”. Sono le parole del pentito Francesco La Marca, che ha deposto al processo sulla strage di Capaci, in corso a Caltanissetta.

Davanti ai giudici della Corte d’assise la storia si ripete. Bisogna fare i conti con il tempo che passa. E nel complicato percorso verso la verità i processi si riempiono dei ricordi di pentiti difficili da riscontrare a distanza di decenni. Tra questi c’è La Marca, che collaboratore lo è da un ventennio ormai, da quando decise di lasciarsi alle spalle il suo passato di killer del mandamento palermitano di Porta Nuova. La Marca è stato citato come teste della difesa nel nuovo processo per la strage di Capaci. Sono imputati per strage Salvo Madonia, Vittorio Tutino, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro e Lorenzo Tinnirello.

Per il massacro di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani ci sono già trentasette colpevoli. Gli ergastoli sono ormai definitivi per mandanti ed esecutori materiali, tutti affiliati ai più potenti mandamenti mafiosi di Palermo, e tutti agli ordini di Totò Riina. Nel 2008, però, sono arrivate le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza a spiegare che mancava un tassello decisivo: fino ad allora, infatti, i boss di Brancaccio erano rimasti fuori dalle indagini. Uno dei più potenti clan della città sembrava essersi disinteressato della strage. La mafia faceva guerra allo Stato e i Graviano stavano a guardare. Le cose, secondo Spatuzza, sarebbero andate diversamente.

Le nuove indagini sono sfociate in due processi. Nel primo, celebrato in abbreviato e già concluso in primo grado, la ricostruzione dei pm nisseni ha retto al vaglio del giudice che ha inflitto due ergastoli e una condanna a trent’anni. Dodici anni ha avuto Spatuzza. Nel secondo troncone, in ordinario, sotto accusa ci sono gli altri cinque boss ed è quello nel corso del quale ha deposto La Marca. “Successivamente Cancemi mi disse che doveva saltare in aria qualcun altro e toccò a Borsellino. – ha proseguito -. A proposito di Borsellino mi ricordo che una volta, credo fosse il 1988, lo avevo visto camminare per strada da solo perché era andato a prendere i giornali e subito andai ad avvisare Raffaele Ganci, il quale mi disse di prendere un motorino e delle armi e tornare sul posto dove l’avevo visto. Ma quando vi ritornammo lui non c’era più”. Come spesso accade è impossibile verificare alcune dichiarazioni del pentiti. La Marca, ad esempio, cita Cancemi che è deceduto nel 2011. 

Tra il 10 e il 12 dicembre la Corte ascolterà in trasferta a Rebibbia altri collaboratori di giustizia e anche l’ex presidente della prima sezione penale della Cassazione Corrado Carnevale.

 

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