Fucilate alla Piana: "Agatino ucciso perché testimone"- Live Sicilia

Fucilate tra gli agrumeti: “Agatino ucciso perché testimone”

Le motivazioni della Corte d'Assise di Siracusa che ha condannato all'ergastolo i due guardiani (nella foto)
IL DUPLICE OMICIDIO
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CATANIA –  Non c’è la pianificazione dell’omicidio ma dopo la prima fucilata il guardiano ha lo scopo di uccidere i tre ladri di arance. Sono state depositate le motivazioni della sentenza nei confronti di Giuseppe Sallemi e Luciano Giammellaro ritenuti responsabili del duplice omicidio e tentato omicidio avvenuto tra gli aranceti della Piana di Catania. Nei fondi di contrada Xirumi a Lentini, infatti, nel 2020 poco prima che fosse sancito il lockdown sono uccisi Massimo Casella e il 19enne Agatino Saraniti, che hanno accompagnato ‘a rubare arance’ Gregorio Signorelli miracolosamente sopravvissuto ai colpi di fucile.

I due imputati sono condannati dalla Corte d’Assise di Siracusa (presieduta dalla giudice Tiziana Carrubba) all’ergastolo: Giuseppe Sallemi per il duplice delitto e il tentato omicidio, mentre Luciano Giammellaro solo per l’omicidio di Agatino. “Le prove acquisite in giudizio dimostrano che Giuseppe Sallemi ha esploso un primo colpo di fucile all’indirizzo di Gregorio Signorelli, e immediatamente dopo, un secondo colpo che raggiungeva Massimo Casella provocandone la morte”, scrive la Corte d’Assise aretusea. La versione dell’imputato protagonista di un lungo esame e controesame dunque – come già si evinceva dalla lettura del dispositivo – non ha convinto i giudici.

Sallemi inoltre in un primo momento aveva raccontato di aver agito per legittima difesa, poi mentre era in carcere aveva chiesto di essere interrogato e aveva messo nero su bianco un’altra ricostruzione dove puntava il dito contro il co-imputato. Per la Corte d’Assise inoltre l’intenzione (il dolo) omicidiaria di Sallemi nei confronti di Signorelli che riesce a salvarsi grazie alla fuga e alla chiamata di aiuto ai familiari si deduce da diversi elementi. “Le caratteristiche dell’azione – scrive – imprimono una direzione univoca verso l’evento morte con altissimo grado di probabilità e non realizzatosi per mera casualità e per la reazione della vittima che nonostante le gravissime lesioni ha avuto modo di darsi alla fuga agevolata dal tempo di notte e dal luogo che ha consentito di accedere a un nascondiglio tra le sterpaglie e di chiamare i soccorsi”. Signorelli è trasportato al Garibaldi di Catania dove è operato. Dopo qualche giorno diventa il testimone chiave dell’inchiesta. 

il dolo nell’omicidio per i giudici è ravvisabile da più pezzi del puzzle: il fucile, la sede delle lesioni, la breve distanza dello sparo, il comportamento successivo al delitto (ferimento di Signorelli). Infatti Sallemi dopo aver sparato contro il catanese sopravvissuto ricarica il fucile per colpire Massimo Casella, che muore. Tutti questa serie di circostanze che per la Corte “confermano l’intenzione omicidiaria”.

Però non c’è una pianificazione del fatto di sangue. Tutto accade quella maledetta notte di febbraio. La sentenza è precisa in questo punto: “Il racconto di Signorelli, riscontrato dalle intercettazioni, fa ritenere che l’azione iniziale di Sallemi e di Luciano Giammellaro, ossia l’inseguimento all’interno dei fondi fino a raggiungere i ladri fosse con elevata probabilità diretta ad ostacolarne l’azione ma non sicuramente e univocamente preordinata all’azione omicidiaria”. Insomma Sallemi spara per una  “reazione per il furto di arance  probabilmente accentuata – argomenta la Corte – dall’atteggiamento delle vittime che suonava come una messa in discussione del suo potere sul territorio”.

Il giovane Agatino Saraniti è stato ammazzato con tre colpi, per i giudici di Siracusa la mano di Luciano Giammellaro è quella che ha sparato il secondo e il terzo colpo dal fucile che “gli ha fornito” Sallemi.  “La ragione dell’omicidio di Saraniti risiede nella scelta di eliminare un testimone”, è la sentenza della Corte d’Assise. I due hanno provato a eliminare ogni traccia anche sperando che Signorelli non ce l’avesse fatta. E infatti “entrambi i cadaveri risultano essere stati spostati e occultati in modo da ritardarne la scoperta”. i corpi senza vita di Massimo e Agatino sono stati trovati dai parenti catanesi che sono andati a cercarli tra le campagne diventate la loro tomba. 


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