Gennaio viene tradizionalmente considerato il “mese dei nuovi inizi” e, in virtú di ciò, può diventare un “momento prezioso in cui fermarsi ed interrogarsi su come si sta davvero”, per fare il punto della situazione in vista di eventuali cambiamenti, tanto auspicati, pianificati e programmati in questo periodo dell’anno piú che mai.
Pensare gennaio come “tempo di cura” significa ritenerlo – più che un tempo che spinge all’azione – un’occasione simbolica di riflessione, un pretesto per osservare il proprio stato interno, riconoscere emozioni e bisogni che spesso vengono trascurati, rivolgere attenzione a ciò che si sente senza giudizio, coltivare comprensione verso sé stessi e verso i propri limiti.
Ciò favorisce la costruzione di una relazione con sé stessi più rispettosa ed autentica, fatta di piccoli gesti concreti di cura che contribuiscono a migliorare il proprio benessere giorno dopo giorno.
“Volersi bene” in questo senso diventa una scelta quotidiana, e coincide con un cambiamento di prospettiva: dal fare al “sentire”, senza aggiungere tanti nuovi obiettivi o progettare rapidi cambiamenti, ma semplicemente prendendosi cura di sé attraverso attenzione, ascolto e comprensione.
Prestare attenzione alla propria vita emotiva
Volersi bene significa riconoscere che la propria vita emotiva ha valore. Significa dare spazio alle emozioni, anche a quelle scomode, senza negarle o giudicarle. Il disagio infatti non nasce tanto dalla presenza di emozioni difficili, quanto dal tentativo di ignorarle o di controllarle rigidamente.
Prendersi cura del proprio benessere emotivo vuol dire imparare a cogliere i segnali interni: la stanchezza, l’irritabilità, il senso di insoddisfazione, il bisogno di rallentare… che spesso vengono messi a tacere in nome del dovere, dell’abitudine o delle aspettative proprie o altrui.
Le origini lontane della relazione con sé
Il modo in cui una persona si relaziona a sé stessa dipende dalle sue relazioni passate, soprattutto riferite al periodo dell’infanzia, con i propri “altri” significativi (primi fra tutti, i genitori).
L’immagine di sé ed il proprio valore personale si costruiscono all’interno delle proprie relazioni significative e dei propri contesti di vita passati.
Volersi bene è un processo che prende dunque forma nei legami, ed è intrecciato a ruoli, aspettative e modelli relazionali del passato che tendono poi a ripetersi nel tempo spesso in maniera automatica e poco consapevole, influenzando il modo in cui una persona si percepisce, si tratta e si colloca nelle relazioni attuali.
Autocritica costruttiva ed accettazione dei propri limiti
Molte persone, ad esempio, convivono con una voce interna severa, orientata al giudizio e alla svalutazione.
Una voce che spesso si è strutturata nel tempo, sempre all’interno delle relazioni significative, e che tende a riattivarsi soprattutto nei momenti di difficoltà o di cambiamento.
Questa modalità può diventare una fonte di sofferenza silenziosa, poiché mina progressivamente l’autostima e il senso di efficacia personale.
Volersi bene significa invece imparare a trattarsi con rispetto, anche di fronte ai propri “limiti”; riconoscere che essi non sono indice di fallimento, ma una dimensione inevitabile dell’esperienza umana.
In questa prospettiva, diventa dunque fondamentale distinguere tra l’errore e il valore personale: mentre l’errore può
essere osservato, compreso e corretto, il valore della persona non è in discussione. Ed è proprio questo passaggio che consente di sostituire l’autocritica distruttiva con una forma di responsabilità più matura, capace di favorire il cambiamento senza produrre ulteriore sofferenza.
Volersi bene come scelta quotidiana
Volersi bene non è uno stato stabile da conquistare una volta per tutte, ma una scelta quotidiana, che si costruisce e si rinnova nei comportamenti di ogni giorno. Riguarda attenzioni ripetute, spesso silenziose, che definiscono il modo in cui una persona si tratta nel tempo.
Il primo fra tutti è l’ascolto dei propri bisogni, invece della loro sistematica messa a tacere, che dà legittimità alla propria esperienza interna.
Da questo deriva anche la possibilità di concedersi il diritto di fermarsi, senza vivere la pausa come una colpa o una mancanza.
Volersi bene implica, inoltre, la capacità di chiedere aiuto quando il peso diventa eccessivo. Non come segno di debolezza, ma come atto di responsabilità verso il proprio benessere psicologico.
In questa prospettiva, la cura di sé non coincide con l’autosufficienza, ma con la consapevolezza dei propri limiti e con la possibilità di affidarsi all’altro quando necessario.
L’utilità di uno spazio terapeutico
Pensare gennaio come “tempo di cura” significa dunque concedersi la possibilità di iniziare l’anno con uno sguardo diverso. A volte questo percorso può essere affrontato da soli, altre volte può essere utile uno “spazio terapeutico”, in cui rileggere la propria storia e le proprie relazioni.
La terapia, in questa prospettiva, non è il luogo in cui “aggiustare” ciò che non va, ma uno spazio di ascolto e di comprensione. Un luogo in cui il volersi bene diventa una pratica concreta, da cui ripartire.
All’interno di un tale percorso la cura di sé passa fondamentalmente dal “dare senso” a ciò che si vive: riconoscere le emozioni, comprendere i legami che hanno contribuito a costruire la propria immagine di sé, interrogare i modelli relazionali che tendono a ripetersi nel tempo.
Ed è un lavoro che non procede per soluzioni rapide, ma per piccoli spostamenti di consapevolezza, capaci di generare cambiamenti profondi e duraturi.
Un invito alla cura
Prendersi cura del proprio benessere psicologico significa, in questo senso, autorizzarsi a rallentare, a non sapere subito, a fare spazio a domande più che a risposte.
Significa accettare che il cambiamento avvenga a partire da una relazione più rispettosa e comprensiva con la propria storia.
É cosí che gennaio può essere pensato non come il mese delle prestazioni e dei buoni propositi, ma come un “tempo simbolico di ascolto”.
Un tempo in cui domandarsi come stiamo e di cosa abbiamo davvero bisogno.
Ripartire dal volersi bene significa concedersi uno spazio di cura da cui guardare al nuovo anno non come a una prova da superare, ma come a un percorso da attraversare con consapevolezza e rispetto per sé stessi.
[La dott.ssa Pamela Cantarella è una psicologa Clinica iscritta all’Ordine Regione Sicilia (n.11259-A), libera professionista e specializzanda in Psicoterapia ad orientamento Sistemico-Relazionale]

