Giusy, Veronica e l'orrore | La storia delle madri perdute

Giusy, Veronica e l’orrore | La storia delle madri perdute

Giusy, Veronica e l’orrore | La storia delle madri perdute
Veronica Panarello e Giusy Savatta.

Ecco perché, Giuseppa Savatta e Veronica Panarello, nonostante tutto, hanno una storia in comune.

I bambini morti
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E abbiamo voglia di invocare lo psichiatra, di ripetere la parola ‘depressione’ come un mantra di salvezza, di chiedere alla tecnica una sonda per scandagliare i ripostigli segreti del cuore. Non c’è una risposta alla domanda che non ha risposta: perché una madre uccide il proprio figlio? E’ questa l’ultima e insanabile notizia del disastro, imposta dalla cronaca, nella trincea che non ci aspettavamo.

Giuseppa Savatta ha due bellissime bambine: Gaia e Maria Sofia. Le protegge nella penombra del suo parossismo. Non ama esibirle in effigie – così dicono – nemmeno nel gruppo social della scuola che frequentano. Ha gli scaffali del suo Mulino Bianco e Familiare da spolverare, Giusy. Quasi sembra di immaginarla la sua casetta, in una strada a festa di Gela. Gli addobbi di Natale, le molliche della prima colazione sulla tavola, una nenia riposante in sottofondo. Nessuno si accorge di niente. Nessuno nota la coda del mostro acquattato, la polvere omicida sotto il tappeto.

Un giorno, Giusy strappa via la sua dolcezza da tutto; diventa Giuseppa, una mamma assassina. Lei stessa racconterà agli inquirenti, dopo il duplice omicidio: “Ho ucciso le mie due bambine soffocandole con le mani”. Il marito, Vincenzo Trainito, apre la porta. Vede i corpi riversi, in pigiama. Trova la moglie in bagno, mentre cerca di avvelenarsi con la candeggina. La ferma. Un gesto di pietà, la necessità di bloccare la spirale dell’indicibile, di stendere una mano davanti agli occhi per non vederlo più. Della normalità che fu rimane una foto: Maria Sofia e Gaia ritratte in un momento di svago; Giusy-Giuseppina con le labbra appena increspate, lo sguardo fisso nel vuoto.

Veronica Panarello si è sempre dichiarata non colpevole, anche dopo la sentenza di un giudice che l’ha condannata a trent’anni per la morte di suo figlio, Loris. Siamo su un piano inclinato e diverso: tuttavia, nella morbosità del tragico, si procede per istantanee e impressioni. La giovane donna di Santa Croce rappresenta – pure lei – l’identikit mediatico della madre sacrilega contro il suo stesso sangue. Qui di foto ce n’è da riempire un album intero. Veronica sul canalone, lì dove fu ritrovato il corpo del piccolo, con le guance inondate di lacrime. Veronica celata da un cappuccio nell’istante dell’arresto. Veronica che continua a proclamare la sua innocenza. Invano.

Poi è la casualità, oppure una misteriosa e allusiva connessione che non conosciamo, a riunire due storie nello stesso incubo, nel calco di una possibile e identica follia. Giusy Savatta viene trasferita nel carcere che ha ospitato Veronica Panarello, ad Agrigento. Non solo; pare che la prima fosse ossessionata dalla vicenda della seconda, che avesse seguito le trasmissioni, gli approfondimenti, le autopsie televisive di Barbara D’Urso, le sedute spiritiche degli psichiatri… tutto quello che c’era da annotare sul conto dell’altra e del bambino assassinato. Le suggestioni si incrociano, formando un insieme opaco che ci terrorizza più dell’Isis e del kamikaze della strage accanto.

Frammenti che appartengono a biografie e annotazioni giudiziarie diverse si fondono nello stesso archetipo rovesciato: quello della madre che toglie la vita, invece di darla, assumendo i connotati di un’oscura maledizione. Ed è la notizia completa del disastro. Colei che ha battezzato il primo respiro, può soffocare l’ultimo. Chi si salverà mai da tanta ferocia? Chi si sentirà al sicuro, se la voce che cantava la ninna nanna assume, di colpo, un’eco di rovina? Cosa opporre se non il silenzio o il rumore della tv per coprire il suono di ciò che ci terrorizza davvero?

Tutto abbiamo imparato a sopportare, con l’illusione della distanza. Il camion che schiaccia corpi e speranze al mercatino di Natale, il killer che apre il fuoco nel night club. Nonostante la terribile prossimità che trasforma la pace in sangue, quello – pensiamo –  è un mondo surreale, un’isola di barbari in rotta di collisione con la civiltà.

Ma l’espressione persa nel vuoto della mamma assassina, in fondo alla scala della casetta del Mulino Bianco, è troppo. Impossibili da assimilare sono i suoi disperati sorrisi, le sue ossessioni, i suoi biscotti prima della stretta che non ammette misericordia.  Chi dà la vita può toglierla: una madre. La stessa donna che rimboccava le nostre fragili coperte e rammendava gli strappi brucianti, le sbucciature del dolore, fino a un attimo fa.

 

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