"I Palazzi di Cosa nostra"| Galatolo e gli affari del mattone

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Vito Galatolo svela i segreti dell'impero economico della sua famiglia e fa i nomi di una lunga catena di insospettabili prestanome.

PALERMO – Dietro i palazzi costruiti, dietro le gru di quelli in costruzione, dietro i grandi affari edilizi c’è la mano di Cosa nostra. Vito Galatolo con le sue dichiarazioni svela i segreti dell’impero economico della sua famiglia. Una famiglia che ha fatto soldi a palate con il mattone.

Il boss ed aspirante pentito, già ritenuto “credibile” al primo vaglio del Tribunale del Riesame, mette sul piatto dei magistrati la chiave per testare la sua attendibilità. E cioè le tracce per risalire ai beni di famiglia. Sono soprattutto immobili intestati ad una miriade di insospettabili prestanome. Di molti fa i nomi. Di tanti altri non conosce l’identità, ma non sarà difficile risalirvi visto che il boss che ha scelto di pentirsi indica gli edifici che ospitano gli appartamenti di cui ammette di essere il proprietario occulto. Non solo, la mafia controllerebbe la gran parte dei cantieri edili della città, siano essi aperti per la costruzioni di palazzi o villette. La porzione di città in cui hanno fatto affari è ampia, si estende dall’Acquasanta fino in viale Campania. Ora spetta ai pubblici ministeri Amelia Luise, Annamaria Picozzi e Dario Scaletta ricostruirne la mappa.

Nonostante indagini, processi e sequestri, le famiglie Galatolo, Graziano e Madonia sono rimaste indissolubilmente legate dal denaro. Il pentimento di un pezzo grosso del clan Galatolo rischia di mandare in frantumi una catena che parte da lontano e arriva fino ai nostri giorni. Nel 2012 Vincenzo Graziano era detenuto al carcere Pagliarelli di Palermo. Aveva un chiodo fisso: assicurare lo stipendio ai fratelli Madonia. E al figlio Camillo chiedeva di andare per “i medicinali” dal “farmacista”. Frasi accompagnate dal gesto di chi, muovendo pollice e indice, fa un segno per indicare il denaro. Il farmacista è Aldo Madonia, fratello dei boss Salvatore, Antonino e Giuseppe, a cui Vincenzo e Domenico Graziano, pure loro fratelli, dovevano garantire mille euro al mese per le sole spese carcerarie.

Più sostanziosi gli stipendi che incassava Vito Galatolo. È lui stesso a parlare delle cifre: “La famiglia Graziano ha sempre mantenuto la mia famiglia, mensilmente quando chiedevo a chiunque di loro mi davano circa dai 5.000 ai 7.500 al mese; qualunque fosse la richiesta, loro non mi facevano problemi”. E non potevano fare altrimenti, racconta sempre Galatolo, “fino agli anni Novanta mio padre gestiva tutto ed era socio (con mio zio Pino) dei Graziano al 50% e l’altro 50% veniva suddiviso fra i Graziano e i Madonia. I Graziano perciò non hanno mai pagato il pizzo nei loro cantieri perché mio padre era socio loro”. Adesso di questi intrecci economici Galatolo sta svelando i segreti.

 

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