Il Pd tra incognite e sospetti | E al governo è vietato fallire - Live Sicilia

Il Pd tra incognite e sospetti | E al governo è vietato fallire

Gli equilibri fra correnti, i tempi del congresso regionale, il rischio scissioni: saranno mesi cruciali per i dem.

E ora che le fiches sono state tutte puntate sul rosso, anzi sul giallo-rosso, al Pd non resta che sperare che il giro sia fortunato. L’azzardo del governo con gli ex nemici 5 Stelle, messo su per schivare le elezioni e dare scacco a Matteo Salvini, è andato liscio. Ma qualcuno dalle parti dei dem ricorda la barzelletta del tizio che cadeva del sesto piano e arrivato al primo piano commentava “fin qui tutto bene”.

La verità è che dietro i sorrisi di circostanza e l’ottimismo di maniera, nel Partito democratico tutti hanno fin troppo chiaro che questo governo è una sorta di ultimo appello. “Abbiamo perso le elezioni dopo Renzi, ora abbiamo una seconda chance ma se non faremo bene non ce ne sarà una terza, la gente ci punirà”, dice un pezzo grosso della Sicilia orientale a taccuini chiusi. Il Pd dell’Isola poi, con un dem siciliano ministro del Sud e un’altra dem seppur non sicula alle Infrastrutture, sa di non poter sbagliare un colpo. Anche perché il governo Musumeci ha già dimostrato ai tempi di Toninelli di saper puntare mediaticamente il ministro “nemico”.

E allora al momento la parola d’ordine è unità. Zero polemiche e pedalare. Le correnti per tutto agosto hanno tenuto un bassissimo profilo aspettando l’evolversi della situazione romana. I renziani che si erano mobilitati nella campagna #senzadime contro eventuali accordi con i grillini, con Davide Faraone che aveva spiegato al mondo di essere stato defenestrato perché a quell’accordo si era opposto, hanno dovuto fare un carpiato con doppio avvitamento per accodarsi a Matteo Renzi e alla sua ardita giravolta. Quello stesso Renzi che proprio al quotidiano La Sicilia aveva detto apertis verbis che in caso di accordo con i grillini lui avrebbe lasciato il partito.

Ipotesi quella della scissione renziana che però dentro il Pd siciliano, e non solo siciliano, nessuno si sente ancora di escludere. “Se si andrà verso il proporzionale la tentazione per Renzi sarà grande”, dice un deputato regionale. Già, ma chi lo seguirà? Quando Faraone ha prospettato questa eventualità nessuno si è esposto per andargli appresso. Solo Luca Sammartino ha auspicato esplicitamente una “nuova casa”. Nello Dipasquale e Baldo Gucciardi si erano già sganciati scegliendo Zingaretti al congresso,e a loro si è unito nel nuovo gruppo dei “pontieri dem” anche il già renziano Michele Catanzaro. Quanto agli orfiniani, cioè l’ex segretario Fausto Raciti e amici, pochi nel Pd scommettono che nel caso di uscita di Renzi i suoi stretti alleati lo seguirebbero. Raciti sta battezzando la nuova area che si chiama Left Wing e l’impressione è che gli ex “turchi” si preparino a restare minoranza del partito anche se eventualmente “derenzizzato”. D’altro canto, al battesimo del gruppo pontiere dei territori di Dipasquale, si è visto seppur soltanto tra il pubblico il deputato Giovanni Cafeo, che fa parte di quest’area.

Ma davvero Renzi alla fine traslocherà? “Ha avuto tre ministri importanti, cos’altro può volere? E poi chi dei suoi lo seguirebbe alla cieca?”, dice scettico uno zingarettiano. A guastare eventuali piani renziani di messa in proprio ci sta pensando Carlo Calenda. L’ex ministro ha assunto una posizione chiara contro l’abbraccio del Pd ai 5 Stelle che ha trovato consenso in una parte seppur minoritaria del mondo riformista. E adesso lavora a strutturare il suo movimento liberaldemocratico che piazzandosi al centro può pescare anche nell’astensionismo, nel voto moderato di centrodestra, nella borghesia delusa, quel mondo di mezzo terreno di caccia elettorale dei renziani. Qui in Sicilia il “calendismo” è alquanto sguarnito di forze (c’è la catanese Virginia Puzzolo che alle Europee ha ottenuto un discreto risultato e c’è almeno in qualche misura Mila Spicola, anche lei candidata alle Europee), ma l’operazione dell’ex ministro più che a una raccolta di ceto politico come quella realizzata dai renziani negli anni di Renzi e Crocetta sembra piuttosto mirare a un voto di opinione slegato da logiche di capibastone.

Intanto, il partito resta acefalo. Il commissario Alberto Losacco dovrà mettere mano alla pratica congresso nei prossimi giorni. Ma i tempi non saranno brevi. Prima c’è da aprire e chiudere il tesseramento. E qualche mese ci vorrà. Qualcuno parla di dicembre altri addirittura ipotizzano una chiusura a marzo. A quel punto si dovrebbe procedere alle consultazioni nei circoli, nelle province e infine al congresso regionale. C’è il rischio insomma che si arrivi alla tornata di amministrative che riguarderà tra l’altro Agrigento ancora senza segretario.

Tutto, comunque, dipenderà dal cammino del Conte bis, a cui il destino del Pd è strettissimamente legato. I timori non mancano tra i dem, e le uscite gelide e critiche del big siciliano Giancarlo Cancelleri (e non solo) vengono lette dentro il Pd come l’indizio di un atteggiamento sospetto del gruppo più vicino a Luigi Di Maio, che in Sicilia ha in Cancelleri il suo riferimento. La paura che qualcuno sia tentato di far saltare il banco c’è: “Di Maio aveva un asse robusto con la Lega. Stiamo a vedere cosa succede alle prime curve”, dice con grande prudenza un deputato dem.


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