PALERMO – La difesa punta su una registrazione che smentirebbe l’accusa di estorsione. Sotto processo ci sono gli imputati che avrebbero imposto il pizzo ai commercianti bengalesi di via Maqueda.
Emanuele Rubino si è sottoposto all’esame chiesto dal suo difensore. L’avvocato Miria Rizzo ad un certo punto ha parlato di un incontro, avvenuto dopo gli arresti, tra la compagna di Rubino e una delle vittime. Andò a trovarlo nel suo negozio di cover per telefonini e gli chiese perché avesse accusato il compagno di un fatto così grave, a suo dire falso, visto i loro buoni rapporti.
“Sa quale fu la risposta?”, ha chiesto l’avvocato. Risposta: “Disse che era stato costretto a denunciare dai poliziotti, non solo lui ma tutti”. Parole pesanti. Il legale annuncia che la donna è stata convocata per la prossima udienza, nel corso della quale sarà depositata la registrazione dell’incontro. La compagna di Rubino infatti, si era presentata all’appuntamento con il cellulare in modalità registrazione.
Sotto processo ci sono Emanuele, Gisueppe e Santo Rubino, Alessandro Cutrona, Vincenzo Centineo, Emanuele Campo, Giovanni Castronovo, Alfredo Caruso, Carlo Fortuna e Bruno Siragusa. Devono rispondere del reato di estorsione continuata e aggravate dal metodo mafioso e dalla discriminazione razziale. Il clan Rubino avrebbe dettato legge nella zona del centro storico fino a quando non ci fu una ribellione di massa dei commercianti accompagnati dalla Federazione delle associazioni antiracket, Sos Impresa e Addiopizzo.
Emanuele Rubino è stato condannato in primo grado a 12 anni, mentre il fratello Giuseppe è stato assolto, per il tentato omicidio di Yusupha Susso, un giovane gambiano che, il 2 aprile del 2016, fu raggiunto da un colpo di pistola alla testa in via Fiume e si salvò per miracolo.

