Imprese e mafia tra Enna, Gela e il Palermitano, la sentenza NOMI

Imprese e mafia tra Enna, Gela e il Palermitano, sentenza per 14 NOMI

La sentenza emessa dal tribunale collegiale ennese

ENNA – Uno di loro, l’imprenditore valguarnerese pregiudicato Gabriele Giacomo Stanzù, era accusato di esser stato l’elemento di raccordo tra Cosa Nostra di Gela e il clan di Enna. E di aver gestito la latitanza di pericolosi boss, come Sebastiano Rampulla di Mistretta e del gelese Daniele Emmanuello. Ma il reato è prescritto. Così adesso Stanzù, difeso dall’avvocato Sinuhe Curcuraci, esce dal processo senza condanna. Per il Tribunale di Enna, il reato, sarebbe stato “consumato in data 1 gennaio 2005”. E’ troppo tardi.

Stanzù ha scontato una condanna per omicidio. Nel 1998 ottenne dal boss Emmanuello due sicari in “prestito”, per uccidere colui che incolpava dell’omicidio di suo padre. La vittima dell’omicidio, avvenuto ad Aidone, fu il trattorista Franco Saffila. Ma questa è un’altra storia. Oggi per Stanzù, imputato a piede libero per concorso esterno, viene emessa sentenza di “non doversi procedere” per prescrizione.

Il provvedimento è del Tribunale collegiale di Enna, presieduto da Cristina Russo. Giudici a latere Maria Rosaria Santoni e Marco Strano.

Tutte le imputazioni prescritte

Prescritte le accuse anche per Nicola Antonino Stanzù, C.C.M., C.D., N.C.M., Antonio Di Dio, Domenico Di Dio, Giacomo Di Dio, Giuseppe Fascetto Sivillo, Caterina Primo, M.G.S.. L’accusa per loro – contestata anche a Gabriele Giacomo Stanzù – era intestazione fittizia di beni. Erano imputati per aver aiutato Stanzù a occultare i suoi beni, affinchè non incorresse in misure patrimoniali. Ma questa accusa non è stata dimostrata. E nel frattempo il reato è estinto.

Antonio, Domenico e Giacomo Di Dio, Giuseppe Fascetto Sivillo e Caterina Primo sono stati assolti perché il fatto non sussiste dall’accusa di concorso esterno con le famiglie mafiose riconducibili al mandamento di San Mauro Castelverde. Erano accusati di aver consentito l’infiltrazione di famiglie del mandamento “in attività economiche lecite collegate allo sfruttamento di vaste aree agricole collocate nei territori del Parco delle Madonie, di Capizzi e della provincia di Enna”.

Le assoluzioni con formula piena

Erano accusati di aver usato aziende agricole riconducibili a loro per dissimulare, con contratti fittizi di vendita o d’affitto, la disponibilità dei beni di persone indagate, “al fine di sottrarli alla possibile emissione di provvedimenti” di sequestro. In questo modo era stato possibile ricevere “contributi comunitari di sostegno all’agricoltura, utilizzando all’uopo anche terreni di proprietà demaniale, e versando parte dei corrispettivi ottenuti ai componenti del sodalizio mafioso”.

Anche loro erano ritenuti “elementi di collegamento con altri soggetti affiliati a Cosa Nostra ed in particolare con altre famiglie mafiose operanti nella provincia di Enna” (tra l’Ennese e San Mauro Castelverde). Ma pure queste accuse sono cadute. Sono stati assolti perché il fatto non sussiste. Maurizio e Antonino Spitaleri e Antonio Giovanni Maranto sono stati assolti con formula piena dall’accusa di trasferimento fraudolento di beni.

Beni restituiti, la difesa: “Soddisfazione”

L’unica condanna emessa dal Tribunale riguarda Antonio, Domenico e Giacomo Di Dio, a cui i giudici hanno inflitto 1 anno e 4 mesi di reclusione, per una ipotesi di truffa, riqualificata in tentata truffa. A tutti dovranno essere restituiti i beni sequestrati.

Il sequestro riguardava, tra gli altri, vari componenti della famiglia Stanzù. Ora i giudici, in sentenza, dispongono “la restituzione agli aventi diritto”. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Curcuraci, Giuseppe Greco e Benedetto Ricciardi.  

“Mi ritengo soddisfatto per la posizione dei miei assistiti – afferma l’avvocato Greco – sopratutto per l’assoluzione dal reato associativo. Quanto alla truffa valuteremo di proporre appello dopo avere letto le motivazioni”.

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